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ArmoniaBenessere_Il Blog

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Quando siamo giovani
difficilmente comprendiamo appieno
il privilegio che ci viene offerto
nella possibilità di studiare.
Spesso lo facciamo controvoglia,
come dovere,
magari per compiacere qualcun altro.
E magari pretendiamo pure una ricompensa
per ogni piccolo, grande successo riportato.
Da grandicelli, nella migliore delle ipotesi,
ci rendiamo conto
che la possibilità di studiare
è un dono in sé,
di cui essere grati,
remunerativo, soddisfacente, motivante, realizzante di per sé.
Con questa rinnovata consapevolezza
possiamo aiutare anche i nostri figli
a svilupparne altrettanta …
E il mondo potrà essere un luogo sempre migliore ..

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Pubblicato da su 9 luglio 2014 in Ospiti

 

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Povera Italia senza più valori che non studia e si affida al web

Quella italiana è una società frastornata e disorientata, povera di valori morali, senza ideologie, in crisi di identità, che non studia, non legge, che si affida all’illusione di internet e dei video giochi, che insegue il mito della gioventù eterna, dilaniata da paure spesso irrazionali. È questa la rappresentazione dell’Italia che hanno fatto qualche giorno fa alcuni «grandi vecchi» della sociologia italiana, Giuseppe De Rita presidente del Censis, Franco Ferrarotti della Sapienza di Roma e Remo Bodei, filosofo dell’università della California. La nostra è una società che si aggrappa ad alcune idee prevalenti, come i diffusi sentimenti di preoccupazione e rabbia sociale, un serpeggiante antieuropeismo, la fragile illusione della partecipazione al mondo via web, la delusione e l’astensionismo rispetto alla politica.
Alla radice dei mali della società italiana si colloca intanto una preoccupante perdita di interesse per lo studio e la lettura. Se un tempo non lontano la personalità di una giovane donna o di un giovane uomo si formava con lo studio e l’impegno, oggi due chiacchiere via internet o un messaggio criptato su un iphone, il più delle volte, rappresentano l’unica occasione di approfondimento e di confronto. Non è così che si forma la coscienza di un Paese; non è così che si realizza una società libera, realmente democratica, in grado di pensare, ragionare, confrontarsi con giudizi e considerazioni sempre più spesso frutto soltanto della «pancia». Del resto è la stessa società dove l’istruzione è relegata nell’angolo dello scarso interesse o, al più, del mero adempimento, del «titolo» utile a qualche cosa, quasi mai alla voglia di capire ed interpretare cosa ci sta attorno. Non è quindi un caso che i laureati italiani siano appena 13 ogni cento abitanti, mentre Paesi come Svezia, Regno Unito, Finlandia ne hanno il triplo. E non è un caso se il 60% degli italiani non legge neanche un libro all’anno. Avere perso di vista lo studio e la lettura si traduce però in una preoccupante povertà linguistica.
Un paio di anni fa, Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti italiani, ha voluto misurare questa dilagante moria delle parole, facendo emergere un dato impressionante: il 70% della popolazione italiana si trova al di sotto dei livelli minimi di comprensione di un testo in italiano di media difficoltà. Questa stessa povertà linguistica si manifesta anche attraverso l’incapacità di esprimere sentimenti ed emozioni, che vadano appena al di là del banale «mi piace», spesso l’unico strumento espressivo per i tanti cultori di Facebook e Twitter. Nelle relazioni familiari, amicali, affettive vengono così a mancare persino le parole per esprimere le proprie emozioni o magari i pensieri per … pensarle.
L’impoverimento della società e della maggior parte dei suoi membri si manifesta anche attraverso la invadente pratica del gioco virtuale e d’azzardo. Lascia senza parole la diffusione di tali pratiche che colpisce persino coloro che, per responsabilità familiari, dovrebbero restarne lontani: ben il 31,4% dei giovani genitori italiani con figli di età inferiore ai 13 anni, trascorre qualche ora al giorno davanti ai video giochi. I numeri sono da capogiro: oltre un miliardo di euro all’anno di fatturato, con una pericolosissima deriva (+18% all’anno) verso i videogiochi con «contenuti di violenza particolarmente esplicita»! Ed è per questo, rileva una ricerca del Censis, che i minori tendono in maniera accelerata verso lo stato di adulto e gli adulti regrediscono, in una perniciosa indistinzione dei ruoli generazionali! È in questo scenario che prende forma via via la ricerca di nuove certezze attraverso l’imitazione di modelli spesso errati. Visi perfetti e corpi levigati; ecco i nuovi miti. Ed allora? Ecco pronta la risposta facile della chirurgia plastica e del tatuaggio a tutto corpo. È impressionante scoprire che siamo il terzo Paese al mondo per ricorso al bisturi estetico e certo colpisce che ci precedano soltanto la Korea del sud e la Grecia, mentre ci seguono ben distanziati i più avanzati Paesi del mondo.
lelio_cusimanoLa pratica del tatuaggio diffuso, di cui abbiamo esempi ricorrenti sui campi di calcio, ci offre un racconto epidermico di immagini, lettere e simboli, nella disperata ricerca di un segno distintivo rispetto alle masse percepite come informi ed omologate. Una società quindi che ostenta la propria laicità, che ha perso per strada ogni aggancio ad una forma qualunque di ideologia e che si affida, per individuare le proprie classi dirigenti, alla forza effimera del confronto virtuale, alla vacuità dei blog, alla prevalente criminalizzazione dell’avversario. In questo clima, persino Papa Francesco ha sentito l’esigenza di parafrasare la famosa parabola del Vangelo, esortando a lasciare l’unica «pecorella» rimasta, per andare a cercare le altre 99 smarrite.

Lelio Cusimano – 10/07/2013 – fondi@gds.it

 
 

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Emorragia universitaria

striscione_universita_autoCut_664x230I numeri fanno una certa impressione: quasi sessantamila universitari in meno negli ultimi dieci anni, più o meno come se la Statale di Milano fosse stata cancellata dal soffio di un mago dispettoso. Ma questa diserzione pesante che cosa significa? Perché un ragazzo uscito dal liceo non ha più voglia si studiare? In fondo gli anni universitari sono i più belli, si approfondiscono gli interessi, si conosce tanta gente, si diventa grandi rimanendo giovani. All’università io che uscivo dalle “scuole dei preti”, da un ambiente dunque un po’ chiuso e timoroso, incontrai tanti ragazzi che amavano la letteratura e la filosofia, e furono anni fecondi, anni di scambi, di piccole riviste di poesia, di una galleria d’arte libera e vitale, anche di amori e di dubbi, di discussioni politiche e di notti trascorse con gli amici a studiare per mettersi idealmente sullo stesso piano dei grandi pensatori occidentali.

Insomma, l’università aveva un fascino notevole, dopo tanto tempo passato incastrati in un banco, i ragazzi potevano scegliere i loro percorsi, abitare nella fabbrica della conoscenza. Ora invece pare che molti giovani abbiano deciso di rinunciare a questa possibilità. E’ vero, c’è stato un calo demografico, ma non basta a spiegare l’emorragia. E’ come se la cultura, lo studio, la laurea avessero perso luminosità, come se le università fossero lampadine fioche che non illuminano più il futuro. Probabilmente pesa la mancanza di garanzie: cinque anni di studio matto e disperatissimo e poi non accade nulla, il lavoro non si trova, i curriculum viaggiano come piccioni spennati da un posto all’altro, impallinati dalla crisi.

I sacrifici delle famiglie si traducono in frustrazione, amarezza, rabbia. Nei miei primi anni di insegnamento alle superiori ho incontrato ancora situazioni da libro Cuore, il padre tranviere o muratore che si fa in quattro affinché il figliolo possa diventare dottore: tanti studenti uscivano dalla scuola  e si iscrivevano all’università sperando in un riscatto sociale, culturale, economico, volevano regalare una gioia a quei genitori che lavoravano duro nell’ombra. Ora pochissimi tentano questa strada. Sono disillusi, hanno già nelle orecchie i racconti dei fratelli maggiori, degli amici più grandi, storie di lauree che rimangono carta incorniciata nel tinello di casa. E forse anche parole come cultura o conoscenza hanno subito mazzate dolorose.

La cultura è roba snob, ciance inutili, aria fritta: quello che conta, suggeriva l’epoca appena conclusa, è fare subito i soldi per comprarsi le cose belle, carpe diem. Così l’Italia, che ha già il più basso numero di laureati tra i paesi sviluppati, retrocede di un altro passo, riprende la filosofia spicciola del tirare a campare giorno dopo giorno, senza progetti chimerici. Non si tratta più di studiare per cinque anni in attesa di belle notizie che non arrivano, si tratta di sfangare questa giornata, e domani si vedrà.

Marco Lodoli – 04/02/2013 – http://www.tiscali.it

 
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Pubblicato da su 6 febbraio 2013 in Scuola e Università

 

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