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Archivi tag: Psicoterapia

Come parlare ai bambini della pedofilia e aiutarli a difendersi

Il Consiglio d’Europa ci racconta che purtroppo un bambino su cinque ha subito un abuso sessuale (dal semplice palpeggiamento alla vera e propria violenza). Read the rest of this entry »

 
 

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Psicologia del regalo: la grande differenza tra regalare e donare

soldi1Regalare e donare non sono sinonimi. Regalare, evoca l’idea della “regalità”, del tributo a chi merita un riconoscimento in quanto “regale”, dell’atto volto a riconoscere un merito o a compensare un debito verso qualcuno nei confronti del quale si debba manifestare riconoscenza. Così, per molti, non solo a Natale, il regalo rappresenta una sorta di dazio oggettuale da offrire così, perché si deve, a chi, tra familiari, amici e conoscenti, é reputato meritorio quasi per diritto naturale. Non é difficile accumulare sotto l’albero pacchetti di ogni sorta che, infatti, chiamiamo regali senza alcuna emozione, a parte il sollievo di una fastidiosa incombenza finalmente risolta. Dunque, sempre di più in tempi di crisi economica il regalo é il mero oggetto, la compera qualunque, magari la cosa che costa meno o l’ammennicolo vistosamente riciclato, tanto per onorare una relazione di poco conto, barcollante e al limite del formale. Oppure, con spirito di sacrificio, si regalano cose di lusso perfettamente anonime nell’intento vago e trafelato di colmare, almeno il giorno di Natale, i vuoti e le lacune affettive di una quotidianità distratta.

Donare é un’altra cosa. Donare viene da dare, dare nel senso più pieno e profondo: significa offrire in pegno qualcosa che testimonia amore e farlo in modo incondizionato, senza sentire di dovere nulla all’altro e senza nulla pretendere dall’altro. Il dono, a differenza del regalo, è un omaggio ai sentimenti, e non alla persona. È un dire attraverso un oggetto: “Io ti amo. Ti amo perché sei tu, e non perché è Natale, perché é il tuo compleanno, perché sei mio zio o perché, e che palle, passiamo la vigilia in famiglia”…Il dono sarà sempre più importante e più significativo dell’oggetto, indipendentemente dal suo valore economico, mentre il regalo resta spesso misero o anonimo, anche quando è molto costoso.

L’immensa differenza tra dono e regalo. Il regalo è quantitativo, il dono é qualitativo. Nell’ottica del regalo, bisogna comprare qualcosa, una cosa qualunque, magari appena decente, tanto per non fare brutta figura. L’obbligo percepito di spendere del denaro per quella o per quell’altra persona prelude alla pratica del riciclo, vituperata ma assurta da troppi a vera e propria olimpiade invernale.  Chi fa semplicemente regali, soffre, osserva con contrizione contabile ogni scontrino sputato dalla cassa e indugia nei negozi di quisquilie oppresso da un senso del dovere di livello ecumenico. Invece, chi dona sceglie l’oggetto come simbolo, con l’intenzione di trasmettere amicizia, stima e amore, come se queste ricchezze sapessero trasfondersi nel dono. Chi dà in modo incondizionato si impegna con le proprie risorse nella ricerca di ciò che saprà esprimere, senza troppe parole e nel modo più autentico, l’affetto che nutre per chi scarterà il pacchetto sotto l’albero.

Un Natale senza crisi. Molti possono regalare oggetti costosi ma vuoti di senso e, ancor più, chiunque può distribuire paccottiglie infiocchettate con quella foga natalizia lievemente ansiosa che tradisce la superficialità del messaggio appiccicato al pacchetto: “Tho! E buon Natale!”. Pochi, invece, sanno realmente donare, ovvero riescono a spezzare la logica dominante del regalo e a scegliere consapevolmente di inviare precisi messaggi di relazione attraverso gli oggetti donati: “Sei importante per me”, “Ti voglio bene”, “Ti amo”. La crisi economica non c’entra, perché il dono può essere una lettera scritta a mano, un dolce fatto in casa, la fotografia di un momento emozionante, una poesia, una canzone, un disegno. Al di là dell’esborso, una stessa cosa assume un grande valore se é donata, ma rimane un mero oggetto se é semplicemente regalata.

Con questa consapevolezza é facile capire che il disagio economico che da anni si aggrava sotto Natale può limitare soltanto la nostra capacità di pagare pegno al rituale dei regali ma non può compromettere la nostra capacità di donare a chi amiamo un simbolo di gioia e di profonda speranza d’amore.

>  Enrico Maria Secci, psicoterapeuta – http://www.tiscali.it

 

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Furbizia di coppia

copParlare di furbizia in riferimento a una relazione d’amore sembra un controsenso e invece, a volte, usare un pizzico in più di strategia può giovare al dialogo e alla qualità della storia. Ecco allora le piccole astuzie che possono aiutarci ad andare più d’accordo con lui. A indicarcele è la psicologa e psicoterapeuta Dolores Bracci.

A volte a essere sbagliato non è tanto il messaggio che si vuole far capire, quanto il modo usato per esprimerlo. «E allora una piccola astuzia può essere quella di utilizzare, quando possibile, toni scherzosi ed esprimere il medesimo concetto in maniera ironica» suggerisce Bracci.

Piano con la tendenza a precisare tutto e polemizzare su qualsiasi argomento. «Perché a fare così non si ottiene granché. Anzi, si rischia soprattutto di indispettire il partner e inasprire il clima all’interno della relazione. Suggerisco di palesare a lui il nostro malcontento solo quando è necessario, ossia sui problemi o le situazioni che meritano per davvero attenzione».

È impossibile che due partner vadano d’accordo su tutto. «Il modo più intelligente e stategico di superare momenti di piccoli conflitti è quello di abbandonare posizioni rigide e impegnarsi per trovare un punto di incontro. O, anche, per accontentarsi in maniera alternata».

Partire da un conflitto contingente per poi arrabbiarsi con il partner per mille altre questioni collaterali o persino vecchie e sepolte: sì, capita spesso e il risultato è che ci si attorciglia in discorsi del tutto sterili. «E allora in questi casi la piccola astuzia può essere quella di ricordarsi di rimanere sul problema del momento».

Di fronte a fatti o persone che suscitano la nostra contrarietà è facile cadere in commenti severi o netti, tanto più se la confidenza con il partner è forte. «Ma questo tipo di reazione – spiega Bracci – è controproducente, perché le persone che si esprimono in tono troppo giudicante e saccente non invitano al dialogo e inducono chi le circonda a non aprire proprio certi discorsi ‘pericolosi’, o a non approfondirne altri».

Certi discorsi sono fondamentali e vanno intrapresi il prima possibile. «Nonostante ciò – commenta Bracci – vale sempre la pena di fermarsi un attimo e valutare il momento e il contesto. Intavolare conversazioni serie o spinose quando il partner non è al top del suo umore o delle sue energie, significa parlare con qualcuno meno disposto ad ascoltare, capire e negoziare».

Un’altra piccola furbizia da usare in coppia consiste nel tenere presente che gli uomini, di fronte a un problema, non amano perdersi in chiacchiere: preferiscono concentrarsi sulla soluzione. «E ricordare questo può aiutare sia a non prendersela se il partner taglia corto di fronte alle nostre lamentele».

Pensare a quello che il partner sbaglia o non fa è semplice e altrettanto facile è la tendenza a rimarcarlo a lui. «Invece la scelta più astuta per fare in modo che il compagno capisca come regolarsi, sarebbe quella di girare la questione su ciò che ci fa piacere ed esternare a lui il nostro entusiasmo quando ci sentiamo soddisfatte o appagate».

Attenzione a dire di sì al partner quando in realtà vorremmo dirgli di no e viceversa. «Se decidiamo di accettare o rifiutare qualcosa, dobbiamo poi fare in modo di comportarci di conseguenza, in modo da evitare contraddizioni tra quello che abbiamo detto e quello che stiamo facendo».

>  www.msn.com

 
 

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Il suicidio negli adolescenti: gli indicatori per individuare i casi a rischio

giovani_644L’atto di togliersi la vita è un gesto che lascia in chi vive l’amaro in bocca soprattutto se chi decide di compiere questo gesto è un adolescente. Si cerca allora di ripercorrere la vita del giovane per cogliere eventuali fratture che si sarebbero potute interpretare come richieste d’aiuto silenziose e permettere a qualcuno di intervenire in tempo. Gli adulti spesso tendono a minimizzare i problemi relazionali degli adolescenti perché si pongono da un’altra prospettiva. Avendo anni di esperienza alle spalle, l’adulto tende a valutare la vita dei giovani nella sua evoluzione verso il futuro, perdendo di vista le difficoltà nel presente che un ragazzo può vivere come insormontabili. È difficile per un giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, genera una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento su di sé oppure in atti impulsivi e decisioni avventate (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Talvolta l’emarginazione e l’isolamento, magari portati all’esasperazione, sono motivi sufficienti per indurre un giovane al suicidio. Può capitare che un ragazzo che non segue il gruppo, ma che se ne discosta, sia emarginato. Può essere il caso, ad esempio, di giovani intellettualmente dotati, interessati alla cultura, poco attratti dai passatempi dei compagni e non attenti alle mode. Essi scelgono di essere se stessi fino in fondo, ma scoprono con il tempo che è anche la strada più difficile da percorrere. Non seguire la massa, ma differenziarsi, soprattutto in un’età come l’adolescenza, richiede grande autostima e forza interiore che un giovane ancora non possiede in maniera tale da riuscire ad affrontare un gruppo di pari che gli si schiera contro.

Nell’adolescenza, l’identità che si aveva in qualità di bambini deve essere abbandonata per acquisirne un’altra, ma in questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo o di un amico con il quale si condividono gusti e interessi. Se il gruppo non c’è o è ostile o se manca il conforto di un amico, il livello di vulnerabilità aumenta, anche perché è più facile che un adolescente confidi la sua disperazione ad un amico piuttosto che ai genitori. Per questo motivo, pensando ad un intervento rivolto ai ragazzi a rischio, sarebbe auspicabile inserire maggiori spazi di condivisione delle idee e dei problemi così da sensibilizzare i giovani ad un mutuo aiuto. Indubbiamente non è facile trovare in un ragazzo i segnali che funzionino da campanello d’allarme per chi gli vive accanto. Il giovane, che magari già aveva manifestato indicatori di disagio, può agire d’impulso sull’onda di una forte emozione negativa o della sensazione di un fallimento irrimediabile e mettere in atto il comportamento suicida. Dalle statistiche emerge che circa il 70-75% dei giovani invierebbe nel periodo che precede il suicidio alcuni segnali che, se colti, potrebbero salvarli. Possono ad esempio confidare ad amici, a volte ai familiari, di voler morire. Questi segnali sono una tacita richiesta d’aiuto spesso sottovalutata (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009).

Proviamo ad elencare alcuni stati di difficoltà che non sono necessariamente precursori di un suicidio, ma dovrebbero essere considerati con attenzione da parte dell’adulto in quanto sono comunque indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, assenza di coinvolgimento, di partecipazione emotiva e atteggiamenti passivi rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione (ad esempio: la fine di un rapporto sentimentale, il divorzio dei genitori), difficoltà di concentrazione, brusco cambiamento della personalità (ad esempio, una ragazza normalmente gioviale che all’improvviso si chiude in se stessa e non esce più), improvvisi cambiamenti di umore (fasi di intenso cattivo umore si alternano a momenti di grande entusiasmo), comportamenti a rischio (alcuni giovani si lanciano in azioni spericolate sfidando troppo da vicino la morte), drastico abbassamento del rendimento scolastico e della motivazione allo studio, perdita o mancanza di amici.

elisabetta rotriquenzVi sono poi alcuni fattori che, con alla base alcuni degli indicatori precedenti, possono far presagire il rischio di un suicidio: perdere una persona cara, vivere con un senso di totale impotenza come se nulla abbia più importanza, essere ossessionati dalla morte, scrivere le proprie ultima volontà (Oliverio Ferraris e Zaccariello, 2009). In conclusione, ci sono fattori scatenanti e fattori predisponenti che, sommandosi e potenziandosi, finiscono per creare una miscela esplosiva. È importante che non soltanto gli adulti, ma anche i ragazzi, conoscano questi segnali e vi prestino attenzione. Spesso, infatti, gli amici e i coetanei si trovano nella posizione migliore per notarli e salvare la vita di una persona cara. D’altra parte si può chiedere aiuto in tanti modi, anche solo con gli occhi, silenziosamente.

>  Elisabetta Rotriquenz, psicoterapeuta – http://www.tiscali.it

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2013 in Mondo giovanile

 

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Ottimisti, pessimisti o realisti?

E’ proprio vero che la stessa realtà viene vissuta dalle persone in modo diverso. Chi è ottimista cerca sempre di cogliere il lato positivo della situazione, chi è più sul fronte del pessimismo si concentra su quelli negativi.

Per il primo esiste sempre un’alternativa, un modo diverso di vedere le cose e scorge nella quotidianità aspetti positivi e opportunità da prendere al volo. Crede in se stesso, gode di una buona autostima e ha fiducia nel fatto che le cose e le persone possano sempre migliorare. Non nega la gravità delle situazioni, ma la vive appieno, dandosi la possibilità e la volontà di risollevarsi. Agli occhi altrui l’ottimista è gradevole, stimolante, pensa che le sconfitte o le crisi siano temporanee e si prepara ad affrontare sempre nuove sfide. Rende meglio sia nel lavoro che negli studi. Il pessimista invece è deludente, incostante, tendente all’immobilità per non rischiare di trovarsi in situazioni sfavorevoli. Preferisce rinunciare a vivere nuove situazioni perché in cuor suo sa già che finiranno male. Cade più spesso nella depressione o nell’ansia. L’eccessivo ottimismo, come il pessimismo, possono a volte portare ad una visione distorta della realtà. Il primo può causare false illusioni, il secondo estrema staticità.

La via di mezzo potrebbe essere rappresentata dal realista, ovvero dall’individuo che riesce a vivere le situazioni nel modo più oggettivo e concreto possibile che progetta situazioni nuove senza troppe illusioni o rinunce deprimenti. Il perfetto realismo non esiste, è una situazione ideale. Infatti richiede parecchie energie e concentrazione verso ciò che si sta facendo. Delle volte, potrebbe essere rigido, troppo razionale, appunto. Tutto dovrebbe essere ponderato e valutato nei minimi dettagli. Essere pessimisti od ottimisti costituisce una via più comoda, perché permette di sognare, a volte di staccarsi dalla dura realtà ed è la scusante per attribuire responsabilità a situazioni esterne (fortuna, sfortuna, destino, Dio,…). Il realista invece è colui che decide a suo rischio e pericolo, prendendosi le responsabilità dei risultati. Il realista può oscillare di tanto in tanto, tra sane tendenze pessimistiche (che potrebbero risparmiargli situazioni di pericolo) e tendenze ottimistiche che fungono da stimolo per non abbattersi, andare avanti e affrontare nuove situazioni con successo. Una scarsa autostima farà si che i meriti vengano sempre attribuiti agli altri e le colpe a se stessi, convincendosi di non riuscire ad affrontare le avversità, e affrontando la quotidianità con maggiore stress. Il più delle volte il pessimista non riesce a vedere i suoi successi. L’ottimista invece si attiva per raggiungerne sempre di nuovi, stimolato in continuazione da quelli già ottenuti.

Ottimista, pessimista o realista, per ogni cosa abbiamo capito che è necessaria la giusta dose. A proposito di questo, vi lascio con le parole di uno scrittore francese: “il pessimista si lamenta del vento contrario, l’ottimista aspetta che cambi, il realista aggiusta la vela”.

>  Dott.ssa Caterina Steri – Psicologa e Psicoterapeuta. Gocce di psicoterapiawww.tiscali.it

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2012 in Riflessioni

 

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