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Pasqua: auguri di serenità e di pace!

 
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Pubblicato da su 15 aprile 2017 in Pasqua

 

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Nobel per la pace 2014 a Malala Yousafzai e Kailash Satyarthi

Nobel Peace Prize 2014La giovane e coraggiosa studentessa pachistana, Malala Yousafzai, ed un attivista indiano da decenni impegnato a liberare i bambini dalla schiavitù, Kailash Satyarthi, si sono divisi oggi il Premio Nobel per la Pace annunciato dal Comitato dei “saggi” di Oslo. Dopo tre anni di designazioni non fortissime dal punto di vista mediatico, la scelta 2014 è stata senza dubbio più efficace: una musulmana di 17 anni, che un attentato talebano ha trasformato in simbolo dei diritti delle donne, e un operatore sociale hindù di 60 anni, forse meno noto, ma che in anni di lotta nonviolenta ha salvato almeno 80.000 bambini-schiavi. Molti hanno interpretato il gesto del Comitato norvegese anche come un messaggio a pachistani e indiani a sfruttare questa opportunità per cercare di risolvere le loro controversie per il Kashmir non a cannonate ma con il dialogo. E oggi, per tutta la giornata, lungo il confine indo-pachistano della regione contesa le armi hanno taciuto. Unanime il plauso a livello internazionale, dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon alla Santa Sede, dall’Unione Europea al Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, per la quale si tratta di “una scelta che deve richiamare tutto il mondo, dalla politica alla società civile, ad uno sforzo quotidiano di difesa dei diritti umani”. La motivazione del Premio letta ad Oslo recita che la scelta è caduta su Satyarthi e Yousafzai “per la loro lotta contro la repressione dei bimbi e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all’istruzione: devono andare a scuola, non essere sfruttati”. Illustrando il profilo dell’attivista indiano, il Comitato ha sottolineato che “mostrando particolare coraggio, Kailash Satyarthi, coerente con la tradizione di Gandhi, ha guidato varie forme di proteste e manifestazioni, tutte pacifiche, concentrandosi sullo sfruttamento dei bambini a fini di lucro”. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2014 in Pace

 

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Sermig: a Napoli, giovani per la pace

4giopaxSabato 4 ottobre 2014 si terrà a Napoli il 4° Appuntamento Mondiale dei Giovani della Pace organizzato dal Sermig con l’Arcidiocesi di Napoli, cui prenderanno parte decine di migliaia di giovani del Sud, con giovani da tutta Italia e da molte nazioni del mondo. Scopo dell’evento è contribuire a riconciliare le generazioni, dare voce ai giovani e, come adulti e responsabili delle scelte di oggi, ascoltarli. Saranno presenti personalità italiane e del mondo internazionale, responsabili della politica, dell’economia, delle religioni non per parlare ma per ascoltare i giovani e le loro domande che esigono risposte concrete. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 3 ottobre 2014 in Eventi ecclesiali

 

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Partita interreligiosa per la pace

partita x la pace“Saluto i partecipanti dell’incontro di “Scholas”: continuate nel vostro impegno con i bambini e con i giovani, lavorando nell’educazione, lo sport e la cultura. E vi auguro una buona partita domani allo Stadio Olimpico”. Lo ha detto, dopo l’Angelus, papa Francesco rivolgendo così gli auguri per la “Partita interreligiosa per la pace” che si svolgerà in suo onore domani sera alle 20.45 allo Stadio Olimpico di Roma, con finalità benefiche per il movimento ‘Scholas’.

>  www.ansa.it

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2014 in Sport

 

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Fraternità, fondamento e via per la Pace

papa franc1. In questo mio primo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, desidero rivolgere a tutti, singoli e popoli, l’augurio di un’esistenza colma di gioia e di speranza. Nel cuore di ogni uomo e di ogni donna alberga, infatti, il desiderio di una vita piena, alla quale appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare.

Infatti, la fraternità è una dimensione essenziale dell’uomo, il quale è un essere relazionale. La viva consapevolezza di questa relazionalità ci porta a vedere e trattare ogni persona come una vera sorella e un vero fratello; senza di essa diventa impossibile la costruzione di una società giusta, di una pace solida e duratura. E occorre subito ricordare che la fraternità si comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia, soprattutto grazie ai ruoli responsabili e complementari di tutti i suoi membri, in particolare del padre e della madre. La famiglia è la sorgente di ogni fraternità, e perciò è anche il fondamento e la via primaria della pace, poiché, per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore.

Il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra. Nei dinamismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata così la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri. Tale vocazione è però ancor oggi spesso contrastata e smentita nei fatti, in un mondo caratterizzato da quella “globalizzazione dell’indifferenza” che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, chiudendoci in noi stessi.

In tante parti del mondo, sembra non conoscere sosta la grave lesione dei diritti umani fondamentali, soprattutto del diritto alla vita e di quello alla libertà di religione. Il tragico fenomeno del traffico degli esseri umani, sulla cui vita e disperazione speculano persone senza scrupoli, ne rappresenta un inquietante esempio. Alle guerre fatte di scontri armati si aggiungono guerre meno visibili, ma non meno crudeli, che si combattono in campo economico e finanziario con mezzi altrettanto distruttivi di vite, di famiglie, di imprese.

La globalizzazione, come ha affermato Benedetto XVI, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. Inoltre, le molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia, segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà. Le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili”. Così la convivenza umana diventa sempre più simile a un mero do ut des pragmatico ed egoista.

In pari tempo appare chiaro che anche le etiche contemporanee risultano incapaci di produrre vincoli autentici di fraternità, poiché una fraternità priva del riferimento ad un Padre comune, quale suo fondamento ultimo, non riesce a sussistere. Una vera fraternità tra gli uomini suppone ed esige una paternità trascendente. A partire dal riconoscimento di questa paternità, si consolida la fraternità tra gli uomini, ovvero quel farsi “prossimo” che si prende cura dell’altro.

>  Papa Francesco – estratto dal Messaggio per la 47^ Giornata Mondiale della Pace / 1 gennaio 2014

 
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Pubblicato da su 7 gennaio 2014 in Ecclesia

 

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‘Addio Madiba’, è morto Nelson Mandela

nelson mandelaJOHANNESBURG – Il padre della lotta contro la segregazione razziale in Sud Africa, Nelson Mandela, è morto. Eroe della lotta all’apartheid nel Paese e premio Nobel per la pace nel 1993, è scomparso all’età di 95 anni. Il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, vestito di nero e con il volto tirato, ha annunciato la scomparsa in un commosso discorso televisivo e ha dichiarato il lutto nazionale.

Madiba, soprannome che deriva dal suo clan di appartenenza,  si è spento serenamente nella sua abitazione a Johannesburg, attorniato dai suoi familiari. Tutto il Sudafrica ha seguito con il fiato sospeso i suoi ultimi mesi, punteggiati da quattro ricoveri in ospedale dovuti a infezioni polmonari, conseguenze della turbercolosi contratta nei lunghi anni di prigione a Robben Island. Appena appresa la notizia una folla,  fra cui tanti giovani si è radunata sotto la sua casa: molti in lacrime, qualcuno sorridendo nel ricordo di un uomo venerato ormai nel continente africano quasi come un santo.
Nelson Mandela è stato il simbolo dell’ultima lotta dell’Africa nera contro l’estremo baluardo della dominazione bianca nel continente.

Un uomo cresciuto nello spietato regime dell’apartheid razzista che oppresse il Sudafrica dal 1948 al 1994; un leader che ha abbracciato e guidato la lotta armata, ha trascorso quasi un terzo della vita in carcere e ne è uscito come un ‘Gandhi nero’, che con il suo messaggio di perdono e riconciliazione ha saputo trattenere il suo Paese dal precipitare in un temuto baratro di vendetta e di sangue.

LA NOTIZIA SUI SITI DI TUTTO IL MONDO

Mandela ha trascorso ventisette anni nelle galere del regime segregazionista bianco ma non ha mai pronunciato la parola vendetta e una volta eletto presidente nel 1994 – dopo la sua liberazione e la fine dell’apartheid – ha fatto della riconciliazione, caparbiamente voluta e cercata, il filo rosso della sua vita. Alla fine del suo mandato presidenziale nel 1999, si ritirò dalla vita politica.
“Adesso riposa, adesso è in pace”, ha detto Zuma annunciando la scomparsa del leader sudafricano Nobel per la pace. “La nostra nazione ha perso un grande figlio”, ha proseguito. Mandela avrà funerali di Stato.
Secondo i suoi desideri sarà sepolto a Qunu, suo villaggio natìo. Lo spostamento dei resti di tre dei suoi figli ha chiuso una diatriba familiare sul luogo della sepoltura che si è trascinata negli ultimi mesi.

Nelson Mandela ha avuto un obiettivo in tutta la propria vita da leader: l’unità degli africani. Ne è convinto Desmond Tutu, l’arcivescovo che con l’ex presidente sudafricano si battè contro l’apartheid. “Negli ultimi 24 anni – ha detto Tutu – Madiba ha pensato a come farci vivere insieme e credere l’uno nell’altro. E’ stato un unificatore fin dal momento in cui è uscito dalla prigione”.
“Un colosso, un esempio di umiltà, uguaglianza, giustizia, pace e speranza per milioni” di uomini e donne. Così l’Africa National Congress (Anc), il partito di Nelson Mandela, lo ricorda oggi, mentre Frederik De Klerk, ultimo presidente sudafricano dell’epoca dell’apartheid, spiega: “Grazie a Mandela la riconciliazione in Sudafrica è stata possibile”.

>  www.repubblica.it

 
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Pubblicato da su 6 dicembre 2013 in Attualità e Cultura

 

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Il seme e la spada

pace siriaSulla crisi siriana risuonano in queste ore due appelli contrastanti, pur di diversa autorevolezza morale, e due logiche sembrano drammaticamente contrapporsi. La voce levata alta e forte dal Papa invoca la pace e la trattativa diplomatica, con una mobilitazione delle coscienze che trova espressione non solo simbolica nel digiuno e nella preghiera di domani. La realpolitik della deterrenza e della dimostrazione di forza, sebbene ammantata anche da motivazioni umanitarie, chiama invece a un’azione bellica “punitiva”, con in testa gli Stati Uniti di Barack Obama e altri governi nelle ultime ore sempre più esitanti.
«Bisogna fermare il massacro in Siria», ha scritto in toni fermi e accorati Francesco al presidente russo Vladimir Putin quale attuale presidente del G20 in corso a Mosca. Paradossalmente, si tratta della stessa motivazione con cui anche l’Amministrazione americana si dice pronta a bombardare il regime di Bashar Assad. Non potrebbero esservi approcci più diversi, ma è evidente che qui non si tratta di differenti mezzi tra cui scegliere per ottenere lo stesso risultato, bensì di una netta divaricazione di fronte a una tragedia che tutti deve interrogare.
Non può nemmeno essere vista, nel peggiore fraintendimento, come una sfida personalistica, un contare le divisioni di cui può disporre il Papa (e la storia ha dimostrato che sono tante ed efficaci, senza mai essere cruente) e un valutare che cosa promette di “funzionare” di più. I feroci contendenti che hanno provocato centomila morti in due anni di conflitto non sono cristiani e difficilmente si siederanno immediatamente a un tavolo negoziale anche dopo una breve pioggia di missili.
A essere in gioco non è la migliore analisi geopolitica, bensì una prospettiva umana che va molto più a fondo e si allarga anche ad altri fronti del mondo.
Ciò che sollecita Francesco dalla cattedra di Pietro, insieme a chi sinceramente e non in modo strumentale o per altri fini aderisce al suo invito, è un radicale mutamento di visione e di atteggiamento sulla scena internazionale. La violenza chiama violenza, le ferite inferte si allargano e imputridiscono, i rancori si accrescono, le incomprensioni si radicalizzano. Nessuno, cristianamente (e kantaniamente), può essere solo uno “strumento”, quasi che la sua eliminazione serva allo scopo di indurre altri a cambiare le proprie posizioni. In un inestricabile groviglio di torti e ragioni come quello siriano, non esiste una spada di Salomone che possa tagliare di netto il giusto e lo sbagliato. Ergersi a giudici della vita e della morte è sbagliato in sé e non può condurre ad alcun esito positivo.
È la logica ineccepibile che non fa condurre l’amore per la pace da un’utopia lontana dalla realtà terrena sempre segnata dal peccato. Forse il Pontefice che ha preso così decisamente l’iniziativa su scala planetaria è il più realista degli attori in campo. Così realista, probabilmente, da sapere in cuor suo che in ogni caso il massacro nello sfortunato Paese asiatico non si fermerà da un momento all’altro, ma che conta la qualità dei semi che si gettano. Se saranno semi di odio la crisi non potrà che peggiorare.
Risulterebbe un segno di debolezza fermare una macchina militare già avviata e riprovare con rinnovata fantasia la carta diplomatica? Dipende dal criterio con cui si effettua la valutazione. Nel semplice equilibrio di potenza, forse sì. Ma si è visto quanto poco sia servita in Medio Oriente una logica del pugno di ferro, costata enormi perdite umane. Questo non vuol dire che un domani non si presentino situazioni in cui l’ingerenza umanitaria e il dovere di proteggere, sotto l’egida Onu, saranno doverosi e per i quali la potenza americana sia, come è stata in passato, utile e benemerita.
Non si tratta, in definitiva, di disarmare e di consegnarsi arrendevoli a chi esercita violenza e sopraffazione. Ma di capire che la prima risposta è sempre la pace e che la guerra può essere l’ultima risorsa soltanto quando null’altro sia rimasto per evitare che l’innocente sia colpito.

>  Andrea Gavazza – 06/09/2013 – www.avvenire.it

 
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Pubblicato da su 6 settembre 2013 in Attualità e Cultura

 

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