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Meridione povero e spopolato, vanno via soprattutto i giovani laureati

Sud fermo, anzi indietro tutta. Sono quasi 3 milioni gli occupati persi a confronto con il Centro-Nord: un gap che vede negli ultimi 17 anni un’emorragia (2 milioni 918 mila persone), “al netto delle forze armate”, stando così il trend, irrecuperabile. Non solo: i numeri dell’emigrazione dal Meridione verso le lande nordiche sempre in crescita, e di questi una fetta sostanziale sono giovani e laureati. Il tutto non certamente compensato dall’immigrazione, visto che gli ingressi sono sempre meno. In due parole: un dramma. A fare questa fotografia è il rapporto Svimez, le cui anticipazioni sottolineano la stagnazione in atto nell’economia e il divario persistente tra il Nord ricco e il Sud povero. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 2 agosto 2019 in La grande Crisi

 

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Bando di Concorso per 892 Funzionari amministrativo-tributari all’Agenzia delle Entrate

|||  CSC Informa  |||   Il concorso è aperto a tutti i laureati in Giurisprudenza, Economia, Scienze politiche o corrispondenti titoli di primo livello. I posti sono così suddivisi: 110/Emilia Romagna – 20/Liguria – 470/Lombardia – 110/Piemonte – 42/Toscana – 140/Veneto Read the rest of this entry »

 
 

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Povera Italia senza più valori che non studia e si affida al web

Quella italiana è una società frastornata e disorientata, povera di valori morali, senza ideologie, in crisi di identità, che non studia, non legge, che si affida all’illusione di internet e dei video giochi, che insegue il mito della gioventù eterna, dilaniata da paure spesso irrazionali. È questa la rappresentazione dell’Italia che hanno fatto qualche giorno fa alcuni «grandi vecchi» della sociologia italiana, Giuseppe De Rita presidente del Censis, Franco Ferrarotti della Sapienza di Roma e Remo Bodei, filosofo dell’università della California. La nostra è una società che si aggrappa ad alcune idee prevalenti, come i diffusi sentimenti di preoccupazione e rabbia sociale, un serpeggiante antieuropeismo, la fragile illusione della partecipazione al mondo via web, la delusione e l’astensionismo rispetto alla politica.
Alla radice dei mali della società italiana si colloca intanto una preoccupante perdita di interesse per lo studio e la lettura. Se un tempo non lontano la personalità di una giovane donna o di un giovane uomo si formava con lo studio e l’impegno, oggi due chiacchiere via internet o un messaggio criptato su un iphone, il più delle volte, rappresentano l’unica occasione di approfondimento e di confronto. Non è così che si forma la coscienza di un Paese; non è così che si realizza una società libera, realmente democratica, in grado di pensare, ragionare, confrontarsi con giudizi e considerazioni sempre più spesso frutto soltanto della «pancia». Del resto è la stessa società dove l’istruzione è relegata nell’angolo dello scarso interesse o, al più, del mero adempimento, del «titolo» utile a qualche cosa, quasi mai alla voglia di capire ed interpretare cosa ci sta attorno. Non è quindi un caso che i laureati italiani siano appena 13 ogni cento abitanti, mentre Paesi come Svezia, Regno Unito, Finlandia ne hanno il triplo. E non è un caso se il 60% degli italiani non legge neanche un libro all’anno. Avere perso di vista lo studio e la lettura si traduce però in una preoccupante povertà linguistica.
Un paio di anni fa, Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti italiani, ha voluto misurare questa dilagante moria delle parole, facendo emergere un dato impressionante: il 70% della popolazione italiana si trova al di sotto dei livelli minimi di comprensione di un testo in italiano di media difficoltà. Questa stessa povertà linguistica si manifesta anche attraverso l’incapacità di esprimere sentimenti ed emozioni, che vadano appena al di là del banale «mi piace», spesso l’unico strumento espressivo per i tanti cultori di Facebook e Twitter. Nelle relazioni familiari, amicali, affettive vengono così a mancare persino le parole per esprimere le proprie emozioni o magari i pensieri per … pensarle.
L’impoverimento della società e della maggior parte dei suoi membri si manifesta anche attraverso la invadente pratica del gioco virtuale e d’azzardo. Lascia senza parole la diffusione di tali pratiche che colpisce persino coloro che, per responsabilità familiari, dovrebbero restarne lontani: ben il 31,4% dei giovani genitori italiani con figli di età inferiore ai 13 anni, trascorre qualche ora al giorno davanti ai video giochi. I numeri sono da capogiro: oltre un miliardo di euro all’anno di fatturato, con una pericolosissima deriva (+18% all’anno) verso i videogiochi con «contenuti di violenza particolarmente esplicita»! Ed è per questo, rileva una ricerca del Censis, che i minori tendono in maniera accelerata verso lo stato di adulto e gli adulti regrediscono, in una perniciosa indistinzione dei ruoli generazionali! È in questo scenario che prende forma via via la ricerca di nuove certezze attraverso l’imitazione di modelli spesso errati. Visi perfetti e corpi levigati; ecco i nuovi miti. Ed allora? Ecco pronta la risposta facile della chirurgia plastica e del tatuaggio a tutto corpo. È impressionante scoprire che siamo il terzo Paese al mondo per ricorso al bisturi estetico e certo colpisce che ci precedano soltanto la Korea del sud e la Grecia, mentre ci seguono ben distanziati i più avanzati Paesi del mondo.
lelio_cusimanoLa pratica del tatuaggio diffuso, di cui abbiamo esempi ricorrenti sui campi di calcio, ci offre un racconto epidermico di immagini, lettere e simboli, nella disperata ricerca di un segno distintivo rispetto alle masse percepite come informi ed omologate. Una società quindi che ostenta la propria laicità, che ha perso per strada ogni aggancio ad una forma qualunque di ideologia e che si affida, per individuare le proprie classi dirigenti, alla forza effimera del confronto virtuale, alla vacuità dei blog, alla prevalente criminalizzazione dell’avversario. In questo clima, persino Papa Francesco ha sentito l’esigenza di parafrasare la famosa parabola del Vangelo, esortando a lasciare l’unica «pecorella» rimasta, per andare a cercare le altre 99 smarrite.

Lelio Cusimano – 10/07/2013 – fondi@gds.it

 
 

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In Italia la laurea “paga” sempre meno

univers      In Italia la laurea aiuta sempre meno a trovare un buon lavoro, e gli studenti sono sempre meno interessati a conseguirne una. E’ quanto emerge dallo studio ‘Education at a glance’ dell’Ocse. Secondo i dati dell’organizzazione parigina, la differenza di remunerazione nel lavoro tra chi ha una laurea e chi ha solo un diploma in Italia si sta inesorabilmente riducendo: tra i lavoratori ‘senior’ (55-64 anni) chi ha un titolo universitario guadagna in media il 68% in piu’ di chi ne ha uno secondario superiore, ma tra i lavoratori under 35 questa differenza scende al 22%. In generale, sottolinea l’Ocse, in questa fase nel nostro Paese ”i giovani laureati trovano difficilmente un lavoro adeguato” al loro livello di competenze. Forse anche per questo, tra gli studenti medi superiori diminuisce l’interesse per l’istruzione universitaria: secondo i dati raccolti tra i quindicenni tramite questionari Pisa, tra il 2003 e il 2009 la percentuale di quelli che puntano a ottenere una laurea e’ scesa di 11 punti, dal 52,1% al 40,9%.
Parallelamente, l’aumento del tasso di ingresso all’università, che era stato rilevante nei primi anni Duemila, si è arrestato: dal 39% del 2000 la percentuale di giovani suscettibili di iscriversi a un percorso di formazione accademica era balzata al 50% nel 2002 e al 56% nel 2006, ma è poi riscesa al 48% nel 2011. Nonostante ”dieci anni di austerità”, una spesa per studente sostanzialmente ferma tra il 1995 e il 2010 e un aumento del numero di alunni per docente, la scuola italiana continua a garantire performance stabili in materia di apprendimento. L’Italia, scrive l’Ocse, ”e’ l’unico Paese dell’area Ocse che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria”, cresciuta di appena lo 0,5% in termini reali su 15 anni, contro una media che supera il 60%.

      La spesa per studente italiana resta comunque appena superiore alla media Ocse per le scuole primarie, e in linea con la media per le secondarie. La situazione è opposta, invece, per l’istruzione universitaria, dove l’Italia ha aumentato la spesa complessiva per studente del 39%, contro una media Ocse del 15%. Il merito di questo risultato, sottolinea il rapporto, è però ”ampiamente riconducibile” a un incremento ”dei finanziamenti provenienti da fonti private”, e non dei fondi pubblici destinati al settore. Inoltre, nonostante l’aumento, la spesa per studente universitario in Italia resta inferiore alla media (9.580 dollari contro 13.528). Tra il 2005 e il 2010, scrive sempre l’Ocse, sono stati ”conseguiti risparmi nei settori dell’istruzione primaria e secondaria di primo grado aumentando il numero di studenti per insegnante”, in particolare attraverso ”un moderato aumento del numero di ore annue di insegnamento” per i docenti, e ”una simultanea diminuzione delle ore di istruzione per gli studenti”.
Tale cambiamento, sottolinea l’organizzazione parigina, non ha ”compromesso i risultati dell’apprendimento”, misurati dai test Pisa, che restano ”stabili nelle competenze di lettura (rispetto al 2000) e sono migliorati significativamente in matematica (dal 2003) e in scienze (2006)”. Gli insegnanti italiani sono in media più anziani e meno pagati dei colleghi dell’area Ocse. ”L’Italia dispone del corpo insegnante più anziano tra i Paesi dell’Ocse”, spiega lo studio, secondo cui nel 2011, il 47,6% dei maestri elementari, il 61% dei professori delle medie inferiori e il 62,5% di quelli delle superiori aveva più  di 50 anni. Inoltre, dice ancora l’Ocse, ”negli ultimi anni un numero relativamente limitato di giovani adulti è stato assunto nella professione di insegnante”. Sul fronte della retribuzione, i docenti italiani percepiscono salari che ”tendono a essere inferiori rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’Ocse”. Tale differenza è limitata a inizio carriera (29.418 dollari per un prof italiano, contro 31.348 di media dei 34 membri dell’organizzazione), ma si amplia con il procedere dell’esperienza lavorativa (36.928 dollari per un prof italiano con 15 anni di anzianità, contro 41.665 di media Ocse).

>  www.msn.com

 
 

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Borse di studio

Il Centro Universitario Cattolico (CUC) è in grado di erogare ogni anno circa venti borse di studio a giovani laureati che aspirano a proseguire gli studi e attività di ricerca per inserirsi nella carriera accademica e universitaria. La borsa di studio è annuale ed è rinnovabile fino a raggiungere una durata massima complessiva di tre anni. Il CUC non si propone solo il sostegno economico a giovani meritevoli e promettenti, ma soprattutto intende offrire loro, attraverso incontri periodici, occasioni di confronto culturale e di formazione spirituale.

Le attività principali prevedono: – l’incontro estivo residenziale, che si tiene alla fine di luglio, in cui i borsisti sono suddivisi in diverse aree disciplinari e riferiscono sui contenuti e sui progressi dei propri lavori di ricerca alla presenza dei professori; – l’incontro della Domenica delle Palme; – incontri interregionali per l’approfondimento di temi di particolare interesse; – l’incontro del I anno alla fine di novembre come momento di benvenuto e di conoscenza tra i nuovi borsisti.

Per informazioni, scrivere a cuc@chiesacattolica.it. Per maggiori dettagli sul regolamento e sul bando di concorso 2012/2013, scaricare dal sito 

http://www.progettoculturale.it/progetto_culturale/collaborazioni/00030034_Centro_Universitario_Cattolico.html

 
 

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