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Sesso, droga e smartphone: è la generazione Ebbasta

La strage di Corinaldo ha destato l’attenzione di molte mamme e papà italiani che vivono il loro compito educativo nel torpore generale, alimentato dalla frenesia quotidiana della nostra società che non lascia spazio alla riflessione. Di colpo tutti i genitori hanno iniziato ad interrogarsi davanti alla morte di cinque minorenni e di una madre schiacciati da una folla di ragazzini che aveva consumato alcolici di ogni tipo nell’infinita attesa del cantante Sfera Ebbasta, usato come un esca per adolescenti in modo da riempire il locale oltre i limiti. Read the rest of this entry »

 
 

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Censis: giovani in calo e sempre più emarginati sul lavoro

Sono sempre meno presenti nel mondo del lavoro, ma soprattutto sono sempre di meno: i giovani italiani tra i 15 e i 34 rappresentano una minoranza della popolazione, appena il 20,8%. Ma, osserva il Rapporto Censis sulla situazione del Paese, nel resto dell’Europa non va troppo meglio, la fascia 15-24 anni in media è il 23,7% della popolazione, mentre i giovanissimi (tra i 15 e i 34 anni) arrivano al 10% (il 9,3% in Italia). Ma quello che fa ancora più paura è l’emarginazione dei (pochi) giovani: tra il 2007 e il 2017 gli occupati di età compresa tra i 25 e i 34 anni è calata del 27,3%, un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 14 dicembre 2018 in Senza categoria

 

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Navigazione internet più sicura per i bambini con YouTube kids

ytkidsRoma – Un’app studiata espressamente per i più piccoli, con contenuti e grafica ad hoc. Si tratta di YouTube Kids, versione speciale di YouTube lanciata da Google, per rendere più sicura la navigazione dei bambini su iInternet. La nuova applicazione, gratuita, farà il suo debutto lunedì 23 febbraio negli Stati Uniti e sarà disponibile per smartphone e tablet Android. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 22 febbraio 2015 in Infanzia e Adolescenza

 

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Rapporto Istat 2014, “i giovani i più colpiti dalla crisi”

gioI giovani sono “il gruppo più colpito dalla crisi”. È quanto sostiene l’istat, che ha presentato il rapporto 2014 sulla situazione dell’Italia. Secondo l’istat, infatti “i 15-34enni occupati diminuiscono, fra il 2008 e il 2013, di 1 milione 803 mila unità, mentre i disoccupati e le forze di lavoro potenziali crescono rispettivamente di 639 mila e 141 mila unità. Il tasso di occupazione 15-34 anni scende dal 50,4% del 2008 all’attuale 40,2%, mentre cresce la percentuale di disoccupati (da 6,7% a 12%), studenti (da 27,9% a 30,7%) e forze di lavoro potenziali (da 6,8% a 8,3%). Le differenze di genere sono importanti: il tasso di occupazione è al 34,7% tra le donne e raggiunge il 45,5% tra gli uomini”.

Le differenze territoriali sono importanti anche per le quote di disoccupati (15,3% nel Mezzogiorno contro 9,3% nel Nord) e di forze di lavoro potenziali (14,3% contro 4%). Sempre nel Mezzogiorno è leggermente più elevata la quota di studenti (32%, contro il 31,4% del Centro e il 29,3% del Nord). Anche i divari territoriali sono marcati: al Nord il tasso di occupazione è pari al 50,1% (-12,1 punti percentuali dal 2008), contro il 43,7% del Centro (-10,4 punti) e il 27,6% del Mezzogiorno (-8,4 punti).Tra quanti vivono ancora con i genitori, la percentuale di disoccupati e forze di lavoro potenziali diminuisce al crescere del titolo di studio dei genitori (12,3% tra i figli di laureati e 37,7% tra i figli di genitori con al più la licenza elementare).

Inoltre, rileva l’Istat, per cercare lavoro in Italia i giovani (15-34 anni) ricorrono prevalentemente alla rete informale di parenti e conoscenti (81,9%), inviano curriculum (76,3%), utilizzano Internet (63,6%) e consultano le offerte sui giornali (51,5%). Il 39,8% sceglie un canale di intermediazione; il 29,3% il centro pubblico per l’impiego e il 20,8% altre agenzie private. Rispetto al 2008 crescono considerevolmente il ricorso a Internet (22,1 punti percentuali in più) e al centro per l’impiego (+5,8 punti), specialmente nel Nord. Una crisi dell’occupazione che ha spinto molti a cercare fortuna altrove. Nel 2012 hanno lasciato il Paese oltre 26mila giovani tra i 15 e i 34 anni, 10mila in più rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni il fenomeno ha interessato quasi 100 mila giovani (94mila).

>  www.huffingtonpost.it

 
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Pubblicato da su 28 Mag 2014 in La grande Crisi

 

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Lavoro, in Europa 2 milioni di posti senza candidati. L’Ue rafforza la rete di ricerca

BRUXELLES – Sono due milioni nell’Unione Europea i posti di lavoro per cui non si trova un candidato adatto. E’ anche per far fronte a questo problema che la Commissione UE ha presentato una proposta per rafforzare e migliorare l’Eures, la Rete Europea per la Ricerca di Lavoro. Grazie al network, inaugurato nel 1993, in media centocinquantamila persone ogni anno hanno trovato lavoro. Finora, però, gli annunci postati su Eures provenivano solo dal settore pubblico, mentre – una volta che la proposta odierna entrerà in vigore – il network sarà aperto anche a datori di lavoro privati.

Uno dei pilastri di questa riforma della rete europea per il lavoro è proprio il fatto che i servizi all’impiego potranno, previo consenso dei datori di lavoro e dei candidati, pubblicare automaticamente sul portale dell’Eures i profili di chi cerca lavoro e gli annunci di chi lo offre. Altri punti importanti della proposta sono l’aumentare il numero di lavori pubblicizzati sul sito internet, mettere meglio in contatto domanda e offerta, fornire un servizio di matching automatico fra posti di lavoro e candidati adatti a tali posti, offrire assistenza sia per i candidati che per i datori di lavoro e dare informazioni sulla situazione lavorativa dei diversi paesi UE a chi voglia andare a cercare lavoro all’estero. Infine, il nuovo Eures faciliterà lo scambio di informazioni fra Stati membri riguardo la carenza o il surplus di posti di lavoro a seconda dei settori. Il portale online è solo una delle due parti di cui Eures si compone. La seconda risorsa a favore di chi cerca o offre un lavoro sono gli 850 advisor nei ventotto Stati membri.

Il Commissario all’Occupazione, l’ungherese Laszlo Andor, ha sottolineato come la riforma dell’Eures sia uno degli strumenti che l’Unione Europea sta mettendo in campo per lottare contro la piaga della disoccupazione, ma non l’unico. “Non possiamo dare numeri precisi su quanto il nuovo Eures aiuterà i cittadini europei nel cercare un lavoro – ha spiegato – però sono fiducioso che la riforma verrà ratificata in tempi rapidi da Parlamento e Consiglio e che il nuovo network sarà importante per garantire a ognuno la scelta di poter decidere di andare a lavorare all’estero”. E, a margine della conferenza stampa di presentazione dell’Eures, Andor ha dichiarato: “Sono convinto che in Italia  il nuovo schema di garanzia per i giovani, un volta entrato appieno in vigore,  farà la differenza nella lotta alla disoccupazione giovanile”.

E i dati indicano che gli europei ritengono importante avere la possibilità di cercare lavoro all’estero: secondo un recente euro barometro, infatti, la libertà di movimento è il diritto a cui i cittadini UE tengono di più. Inoltre, nella seconda metà del 2013, erano 7,8 milioni le persone economicamente attive in un paese dell’Unione Europea che non fosse il loro paese d’origine. Stiamo parlando del 3,2% della forza lavoro totale. Per intenderci, nel duemilacinque i numeri parlavano di circa tre milioni di persone in meno, e di una percentuale della forza lavoro del 2,1%. (Maurizio Molinari)

>  www.redattoresociale.it

 

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Povera Italia senza più valori che non studia e si affida al web

Quella italiana è una società frastornata e disorientata, povera di valori morali, senza ideologie, in crisi di identità, che non studia, non legge, che si affida all’illusione di internet e dei video giochi, che insegue il mito della gioventù eterna, dilaniata da paure spesso irrazionali. È questa la rappresentazione dell’Italia che hanno fatto qualche giorno fa alcuni «grandi vecchi» della sociologia italiana, Giuseppe De Rita presidente del Censis, Franco Ferrarotti della Sapienza di Roma e Remo Bodei, filosofo dell’università della California. La nostra è una società che si aggrappa ad alcune idee prevalenti, come i diffusi sentimenti di preoccupazione e rabbia sociale, un serpeggiante antieuropeismo, la fragile illusione della partecipazione al mondo via web, la delusione e l’astensionismo rispetto alla politica.
Alla radice dei mali della società italiana si colloca intanto una preoccupante perdita di interesse per lo studio e la lettura. Se un tempo non lontano la personalità di una giovane donna o di un giovane uomo si formava con lo studio e l’impegno, oggi due chiacchiere via internet o un messaggio criptato su un iphone, il più delle volte, rappresentano l’unica occasione di approfondimento e di confronto. Non è così che si forma la coscienza di un Paese; non è così che si realizza una società libera, realmente democratica, in grado di pensare, ragionare, confrontarsi con giudizi e considerazioni sempre più spesso frutto soltanto della «pancia». Del resto è la stessa società dove l’istruzione è relegata nell’angolo dello scarso interesse o, al più, del mero adempimento, del «titolo» utile a qualche cosa, quasi mai alla voglia di capire ed interpretare cosa ci sta attorno. Non è quindi un caso che i laureati italiani siano appena 13 ogni cento abitanti, mentre Paesi come Svezia, Regno Unito, Finlandia ne hanno il triplo. E non è un caso se il 60% degli italiani non legge neanche un libro all’anno. Avere perso di vista lo studio e la lettura si traduce però in una preoccupante povertà linguistica.
Un paio di anni fa, Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti italiani, ha voluto misurare questa dilagante moria delle parole, facendo emergere un dato impressionante: il 70% della popolazione italiana si trova al di sotto dei livelli minimi di comprensione di un testo in italiano di media difficoltà. Questa stessa povertà linguistica si manifesta anche attraverso l’incapacità di esprimere sentimenti ed emozioni, che vadano appena al di là del banale «mi piace», spesso l’unico strumento espressivo per i tanti cultori di Facebook e Twitter. Nelle relazioni familiari, amicali, affettive vengono così a mancare persino le parole per esprimere le proprie emozioni o magari i pensieri per … pensarle.
L’impoverimento della società e della maggior parte dei suoi membri si manifesta anche attraverso la invadente pratica del gioco virtuale e d’azzardo. Lascia senza parole la diffusione di tali pratiche che colpisce persino coloro che, per responsabilità familiari, dovrebbero restarne lontani: ben il 31,4% dei giovani genitori italiani con figli di età inferiore ai 13 anni, trascorre qualche ora al giorno davanti ai video giochi. I numeri sono da capogiro: oltre un miliardo di euro all’anno di fatturato, con una pericolosissima deriva (+18% all’anno) verso i videogiochi con «contenuti di violenza particolarmente esplicita»! Ed è per questo, rileva una ricerca del Censis, che i minori tendono in maniera accelerata verso lo stato di adulto e gli adulti regrediscono, in una perniciosa indistinzione dei ruoli generazionali! È in questo scenario che prende forma via via la ricerca di nuove certezze attraverso l’imitazione di modelli spesso errati. Visi perfetti e corpi levigati; ecco i nuovi miti. Ed allora? Ecco pronta la risposta facile della chirurgia plastica e del tatuaggio a tutto corpo. È impressionante scoprire che siamo il terzo Paese al mondo per ricorso al bisturi estetico e certo colpisce che ci precedano soltanto la Korea del sud e la Grecia, mentre ci seguono ben distanziati i più avanzati Paesi del mondo.
lelio_cusimanoLa pratica del tatuaggio diffuso, di cui abbiamo esempi ricorrenti sui campi di calcio, ci offre un racconto epidermico di immagini, lettere e simboli, nella disperata ricerca di un segno distintivo rispetto alle masse percepite come informi ed omologate. Una società quindi che ostenta la propria laicità, che ha perso per strada ogni aggancio ad una forma qualunque di ideologia e che si affida, per individuare le proprie classi dirigenti, alla forza effimera del confronto virtuale, alla vacuità dei blog, alla prevalente criminalizzazione dell’avversario. In questo clima, persino Papa Francesco ha sentito l’esigenza di parafrasare la famosa parabola del Vangelo, esortando a lasciare l’unica «pecorella» rimasta, per andare a cercare le altre 99 smarrite.

Lelio Cusimano – 10/07/2013 – fondi@gds.it

 
 

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Internet: dalla dipendenza alla depressione?

SANIHELP.IT  –  La dipendenza da internet avrebbe una notevole influenza sull’umore, al punto tale da poter indurre i giovani che ne soffrono alla depressione. La notizia si deve a una ricerca dell’Università degli Studi di Milano e della britannica Swansea University, pubblicata su PlosOne. Lo studio, condotto da Roberto Truzoli, Michela Romano, Phil Reed e Lisa A. Osborne, ha indagato gli effetti dell’esposizione alla rete nel breve periodo; i soggetti coinvolti avevano una media di 24 anni. Quale impatto ha il web sulla psicologia e sull’umore delle persone dipendenti e non dipendenti? «I sessanta partecipanti hanno svolto una batteria di test psicologici per misurare i livelli di dipendenza da web, l’umore, l’ansia, la depressione, la schizotipia e i tratti di autismo». Hanno avuto poi libero accesso a Internet per un quarto d’ora e in seguito sono stati di nuovo valutati per ansia e umore. «Un primo risultato dello studio è che le persone dipendenti hanno evidenziato una marcata riduzione del tono dell’umore subito dopo aver smesso di utilizzare Internet rispetto ai partecipanti non dipendenti, rilevando un evidente impatto negativo sullo stato d’animo. Questo può contribuire all’aumento dell’uso di Internet da parte di questi individui che cercano di modificare il loro umore impegnandosi ulteriormente nell’utilizzo di Internet, rafforzando così la spirale di dipendenza. Questo fenomeno suggerisce un possibile meccanismo di mantenimento del comportamento di dipendenza». Secondo Truzoli, il principale dato nuovo «è l’evidenziazione di cosa succede all’umore di coloro che sono dipendenti appena smettono di navigare. Si conferma che le persone con pregressi disturbi dell’umore e d’ansia possono essere a rischio di uso eccessivo di Internet. La rilevazione di tratti autistici però è un’evidenza nuova potenzialmente interessante, ma le ragioni di questa associazione sono attualmente poco chiare e richiederanno nuove ricerche».

>  Valeria Leonehttp://www.msn.com – 19/02/2013

 
 

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