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Unicef in azione per i bambini migranti in transito dalla Macedonia

gevgelija.unicef25 agosto 2015 – L’Unicef ha creato uno “Spazio a misura di bambino” [ambiente protetto per l’infanzia in condizioni di emergenza] e ha dislocato un team mobile presso Gevgelija, città della repubblica ex-jugoslava di Macedonia al confine con la Grecia, per prestare aiuto a donne e bambini che a migliaia ogni giorno transitano da questo valico di frontiera. Lo “Spazio a misura di bambino” è stato allestito in una costruzione all’interno dell’area di riposo per i migranti stabilita dall’Unhcr. Il team mobile è composto da volontari locali della Ong “La Strada International”, incaricati di curare il ricongiungimento ai familiari di minori rimasti soli e di fornire assistenza e sostegno psicologico e sociale ai minori in transito. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 5 settembre 2015 in Unicef

 

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Referendum in Grecia

bandgreca

 
 

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Al Sud il 45 per cento degli studenti non arriva al diploma

diplAnticipare la primaria quando gli alunni hanno ancora 5 anni anziché 6 ed estendere l’obbligo scolastico dagli attuali 16 fino ai 18 anni di età: a proporlo è l’associazione sindacale Anief dopo la pubblicazione degli ultimi allarmanti dati sull’alto numero di abbandoni precoci degli studi, dell‘innalzamento della disoccupazione giovanile e dei Neet. Gli ultimissimi numeri sui giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano sono quelli di un “esercito” che si allarga di mese in mese: ormai sono oltre 2 milioni e 250 mila, pari al 24%.

In Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, i dati più allarmanti con punte del 45% di studenti che non arrivano al diploma. E la “forbice” rispetto all’Ue si allarga: solo Grecia e Bulgaria hanno più Neet di noi. Per il sindacato non c’è più tempo da perdere: si estenda l’istruzione a 13 anni e si apra all’alternanza scuola-lavoro. Così si agirebbe su quel 36% di giovani che oggi non si iscrivono a un corso di laurea e non lavorano. Recuperando i 50mila 15enni che ogni anno lasciano i banchi proprio quando cade l’obbligo di frequenza. Per chiudere il cerchio, conclude Anief, urge poi una riforma dei centri d’impiego e di formazione adulti.

>  www.restoalsud.it

 
 

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Allarme Fmi sulla disoccupazione

La crisi non è finita. Christine Lagarde gela l’entusiasmo di chi pensa che il peggio, per l’economia dell’Europa, sia passato. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale prende come esempio del periodo ancora buio i dati sulla disoccupazione: un quarto dei giovani europei sotto i 25 anni non ha un lavoro. “In Italia e Portogallo – puntualizza la numero uno dell’Fmi – più di un terzo dei giovani sotto i 25 anni è disoccupato. In Spagna e Grecia sono più della metà”. Allarmante il dato globale di chi è a spasso nel Vecchio Continente, 20 milioni di persone. Cifre che rendono difficile la ripresa economica: “Quando la disoccupazione è alta, la crescita è lenta perché la gente consuma meno e le aziende investono e assumono meno” afferma Lagarde, che poi sottolinea come la strada più efficace per rafforzare l’occupazione sia la crescita: un punto percentuale di Pil in più, aggiunge, farebbe trovare un impiego a 4 milioni di persone.

E per rilanciare la crescita bisogna che “famiglie, aziende e governi riducano gli elevati livelli di debito”, che deve scendere: “In un contesto di bassa crescita, il trucco è muoversi gradualmente fino a che il mercato lo consente con politiche ancorate all’impegno di un risanamento fiscale sostenuto a un ritmo ragionevole nel medio termine. Il risanamento – conclude Lagarde – dovrebbe essere visto come un’occasione per rendere il budget più orientato alla crescita”.

http://www.msn.com

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2014 in La grande Crisi

 

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Una «grande Alleanza» per battere la povertà

povertà_300​In Europa solo il nostro Paese – a parte la disastrata Grecia – non ha alcuno strumento di contrasto diretto alla miseria. Ma dal 2005 a oggi la povertà assoluta è raddoppiata: dal 4,1 all’8%, cioè 4 milioni e 814 mila persone. Che non ce la fanno a pagare l’affitto, le bollette, la spesa. I poveri. È per questo che un inedito e amplissimo cartello di grandi realtà associative, del terzo settore, sindacali, e istituzionali ha dato vita all’Alleanza contro la povertà in Italia. Per chiedere al Governo di avviare dal 2014 un Piano nazionale contro la povertà pluriennale. Stanziando almeno 900 milioni per avviare anche in Italia un reddito di inclusione. Senza tirare la solita coperta corta. Ma – ad esempio – tassando le rendite finanziarie.
L’Alleanza contro la Povertà, presentata ieri a Roma, nasce da un’idea del professor Cristiano Gori dell’Università cattolica di Milano, ed è promossa grazie al contributo delle Acli. Il Piano nazionale è in otto punti. Primo: dal 2014 andrà introdotta una misura «non meramente assistenziale ma che sostenga un atteggiamento attivo» dei beneficiari. Da ampliare «il modesto finanziamento» presente nel Piano di stabilità. Secondo: partendo dai più bisognosi tra chi è in povertà assoluta, ogni anno vedrà ampliarsi la platea. L’ultimo anno la misura andrà a regime. Terzo: il criterio progressivo annuale sarà quello di coinvolgere ogni volta chi sta “un pò meno peggio”. Quarto: con la prestazione monetaria andranno erogati servizi per l’inclusione: per l’impiego, contro il disagio psicologico, per esigenze di cura. Quinto: gli strumenti sperimentalmente già in vigore (nuova social card in 12 comuni, carta per l’inclusione sociale in 8 regioni del Sud, carta acquisti tradizionale introdotta dal 2008) confluiranno nella nuova misura reddituale, senza interruzioni del sostegno pubblico. Sesto: l’investimento sulla lotta alla povertà «non può considerarsi in alcun modo sostitutivo del rifinanziamento» dei Fondi per le politiche sociali e per la non autosufficienza. Settimo: senza scartare eventuali contributi europei o privati, la nuova misura dovrà essere finanziata dallo Stato, in quanto livello essenziale di prestazioni sociali. Ottavo: l’efficacia delle proposta è commisurata al pieno coinvolgimento di terzo settore e organizzazioni sociali con le istituzioni, nella programmazione e nella gestione degli interventi

«L’alleanza è aperta all’adesione di altri soggetti che hanno a cuore il tema», sottolinea Gianni Bottalico, presidente delle Acli. Cgil, Cisl e Uil – con Vera Lamonica, Pietro Cerrito e Francesco Maria Gennaro – sottolineano che le risorse vanno trovate responsabilizzando chi ha di più e non togliendole dal welfare per i ceti medio bassi in difficoltà. Cerrito della Cisl parla di «tassazione delle rendite finanziarie, perché a pagare l’intervento sulla povertà dovrà essere chi ha di più e ci continua a lucrare sul disagio». E Pietro Barbieri, portavoce del Forum del terzo settore, ricorda che «l’Italia spende il 10% della media dei Paesi Ue a 15 per il contrasto alla povertà». Ad aderire all’Alleanza sono Acli, Anci, Action Aid, Azione Cattolica, Caritas, Cgil-Cisl-Uil, Cnca, S. Egidio, ConfCooperative, Conferenza Regioni e Province Autonome, S. Vincenzo De Paoli, Consiglio Nazionale Italiano Onlus, Fio-PSD, Banco Alimentare, Terzo Settore, Lega delle Autonomie, Focolari, Save the Children, Jesuit Social Network.

>  Luca Liveraniwww.avvenire.it

 
 

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Povera Italia senza più valori che non studia e si affida al web

Quella italiana è una società frastornata e disorientata, povera di valori morali, senza ideologie, in crisi di identità, che non studia, non legge, che si affida all’illusione di internet e dei video giochi, che insegue il mito della gioventù eterna, dilaniata da paure spesso irrazionali. È questa la rappresentazione dell’Italia che hanno fatto qualche giorno fa alcuni «grandi vecchi» della sociologia italiana, Giuseppe De Rita presidente del Censis, Franco Ferrarotti della Sapienza di Roma e Remo Bodei, filosofo dell’università della California. La nostra è una società che si aggrappa ad alcune idee prevalenti, come i diffusi sentimenti di preoccupazione e rabbia sociale, un serpeggiante antieuropeismo, la fragile illusione della partecipazione al mondo via web, la delusione e l’astensionismo rispetto alla politica.
Alla radice dei mali della società italiana si colloca intanto una preoccupante perdita di interesse per lo studio e la lettura. Se un tempo non lontano la personalità di una giovane donna o di un giovane uomo si formava con lo studio e l’impegno, oggi due chiacchiere via internet o un messaggio criptato su un iphone, il più delle volte, rappresentano l’unica occasione di approfondimento e di confronto. Non è così che si forma la coscienza di un Paese; non è così che si realizza una società libera, realmente democratica, in grado di pensare, ragionare, confrontarsi con giudizi e considerazioni sempre più spesso frutto soltanto della «pancia». Del resto è la stessa società dove l’istruzione è relegata nell’angolo dello scarso interesse o, al più, del mero adempimento, del «titolo» utile a qualche cosa, quasi mai alla voglia di capire ed interpretare cosa ci sta attorno. Non è quindi un caso che i laureati italiani siano appena 13 ogni cento abitanti, mentre Paesi come Svezia, Regno Unito, Finlandia ne hanno il triplo. E non è un caso se il 60% degli italiani non legge neanche un libro all’anno. Avere perso di vista lo studio e la lettura si traduce però in una preoccupante povertà linguistica.
Un paio di anni fa, Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti italiani, ha voluto misurare questa dilagante moria delle parole, facendo emergere un dato impressionante: il 70% della popolazione italiana si trova al di sotto dei livelli minimi di comprensione di un testo in italiano di media difficoltà. Questa stessa povertà linguistica si manifesta anche attraverso l’incapacità di esprimere sentimenti ed emozioni, che vadano appena al di là del banale «mi piace», spesso l’unico strumento espressivo per i tanti cultori di Facebook e Twitter. Nelle relazioni familiari, amicali, affettive vengono così a mancare persino le parole per esprimere le proprie emozioni o magari i pensieri per … pensarle.
L’impoverimento della società e della maggior parte dei suoi membri si manifesta anche attraverso la invadente pratica del gioco virtuale e d’azzardo. Lascia senza parole la diffusione di tali pratiche che colpisce persino coloro che, per responsabilità familiari, dovrebbero restarne lontani: ben il 31,4% dei giovani genitori italiani con figli di età inferiore ai 13 anni, trascorre qualche ora al giorno davanti ai video giochi. I numeri sono da capogiro: oltre un miliardo di euro all’anno di fatturato, con una pericolosissima deriva (+18% all’anno) verso i videogiochi con «contenuti di violenza particolarmente esplicita»! Ed è per questo, rileva una ricerca del Censis, che i minori tendono in maniera accelerata verso lo stato di adulto e gli adulti regrediscono, in una perniciosa indistinzione dei ruoli generazionali! È in questo scenario che prende forma via via la ricerca di nuove certezze attraverso l’imitazione di modelli spesso errati. Visi perfetti e corpi levigati; ecco i nuovi miti. Ed allora? Ecco pronta la risposta facile della chirurgia plastica e del tatuaggio a tutto corpo. È impressionante scoprire che siamo il terzo Paese al mondo per ricorso al bisturi estetico e certo colpisce che ci precedano soltanto la Korea del sud e la Grecia, mentre ci seguono ben distanziati i più avanzati Paesi del mondo.
lelio_cusimanoLa pratica del tatuaggio diffuso, di cui abbiamo esempi ricorrenti sui campi di calcio, ci offre un racconto epidermico di immagini, lettere e simboli, nella disperata ricerca di un segno distintivo rispetto alle masse percepite come informi ed omologate. Una società quindi che ostenta la propria laicità, che ha perso per strada ogni aggancio ad una forma qualunque di ideologia e che si affida, per individuare le proprie classi dirigenti, alla forza effimera del confronto virtuale, alla vacuità dei blog, alla prevalente criminalizzazione dell’avversario. In questo clima, persino Papa Francesco ha sentito l’esigenza di parafrasare la famosa parabola del Vangelo, esortando a lasciare l’unica «pecorella» rimasta, per andare a cercare le altre 99 smarrite.

Lelio Cusimano – 10/07/2013 – fondi@gds.it

 
 

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