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Archivi tag: Emigrazione

Inchiesta | Dalla regione capitale dei disoccupati alla città più ricca d’Europa. Ecco perché giovani e 50enni stanno scappando dall’Italia

Ogni giorno, camminando per le strade di Monaco di Baviera, si incrociano sempre più italiani. Non sono ragazzi in vacanza, qui solo per qualche giorno, ma connazionali alla ricerca di un lavoro. Giovani e meno giovani che hanno scelto di costruire il loro futuro in un Paese diverso da quello in cui sono nati e cresciuti. Gli italiani che si sono trasferiti nella capitale bavarese ad oggi sono oltre 25mila, un numero che è destinato ad aumentare di anno in anno. Read the rest of this entry »

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Pubblicato da su 18 ottobre 2017 in La grande Crisi

 

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Sicilia ancora in recessione: aumentano poveri e disoccupati

lavoro-624PALERMO – La Sicilia è ancora in piena crisi. E si mette alle spalle un 2014 con un’economia in recessione, con i principali indicatori economici in discesa. Pil, occupazione, produzione industriale, servizi, prestiti a famiglie e imprese e consumi, ormai al palo. Aumentano i poveri; giovani e laureati hanno ripreso ad emigrare. Crolla l’export (-13,9%), che registra una diminuzione delle vendite di prodotti ottenuti dalla raffinazione del petrolio (-15,2%), e degli altri prodotti siciliani (-11%) all’estero. Si salva solo il turismo, in ripresa sia in termini di arrivi (+8,8%) che di presenze (+6,1%). E’ il quadro a tinte fosche stilato dalla Banca d’Italia nel suo rapporto sull”Economia in Sicilia’, presentato nella filiale di Palermo. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 20 giugno 2015 in La grande Crisi

 

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Rapporto Istat 2014, “i giovani i più colpiti dalla crisi”

gioI giovani sono “il gruppo più colpito dalla crisi”. È quanto sostiene l’istat, che ha presentato il rapporto 2014 sulla situazione dell’Italia. Secondo l’istat, infatti “i 15-34enni occupati diminuiscono, fra il 2008 e il 2013, di 1 milione 803 mila unità, mentre i disoccupati e le forze di lavoro potenziali crescono rispettivamente di 639 mila e 141 mila unità. Il tasso di occupazione 15-34 anni scende dal 50,4% del 2008 all’attuale 40,2%, mentre cresce la percentuale di disoccupati (da 6,7% a 12%), studenti (da 27,9% a 30,7%) e forze di lavoro potenziali (da 6,8% a 8,3%). Le differenze di genere sono importanti: il tasso di occupazione è al 34,7% tra le donne e raggiunge il 45,5% tra gli uomini”.

Le differenze territoriali sono importanti anche per le quote di disoccupati (15,3% nel Mezzogiorno contro 9,3% nel Nord) e di forze di lavoro potenziali (14,3% contro 4%). Sempre nel Mezzogiorno è leggermente più elevata la quota di studenti (32%, contro il 31,4% del Centro e il 29,3% del Nord). Anche i divari territoriali sono marcati: al Nord il tasso di occupazione è pari al 50,1% (-12,1 punti percentuali dal 2008), contro il 43,7% del Centro (-10,4 punti) e il 27,6% del Mezzogiorno (-8,4 punti).Tra quanti vivono ancora con i genitori, la percentuale di disoccupati e forze di lavoro potenziali diminuisce al crescere del titolo di studio dei genitori (12,3% tra i figli di laureati e 37,7% tra i figli di genitori con al più la licenza elementare).

Inoltre, rileva l’Istat, per cercare lavoro in Italia i giovani (15-34 anni) ricorrono prevalentemente alla rete informale di parenti e conoscenti (81,9%), inviano curriculum (76,3%), utilizzano Internet (63,6%) e consultano le offerte sui giornali (51,5%). Il 39,8% sceglie un canale di intermediazione; il 29,3% il centro pubblico per l’impiego e il 20,8% altre agenzie private. Rispetto al 2008 crescono considerevolmente il ricorso a Internet (22,1 punti percentuali in più) e al centro per l’impiego (+5,8 punti), specialmente nel Nord. Una crisi dell’occupazione che ha spinto molti a cercare fortuna altrove. Nel 2012 hanno lasciato il Paese oltre 26mila giovani tra i 15 e i 34 anni, 10mila in più rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni il fenomeno ha interessato quasi 100 mila giovani (94mila).

>  www.huffingtonpost.it

 
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Pubblicato da su 28 maggio 2014 in La grande Crisi

 

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Mons. Francesco Montenegro, eletto Presidente della “Commissione Episcopale per le Migrazioni” della CEI

Riceviamo e pubblichiamo >>>   

Monsignor-MontenegroNell’ultima Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), che si è tenuta a Roma dal 20 al 24 maggio 2013, dedicata all’attenzione per la cura e la formazione degli educatori all’interno della comunità cristiana, mons. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento, è stato nominato Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni (CEMI) e della Fondazione Migrantes.

“Questa prestigiosa nomina – dice mons. Melchiorre Vutera, vicario generale dell’Arcidiocesi di Agrigento – è il meritato riconoscimento della CEI a Mons. Montenegro per il suo appassionato e continuo interessamento del fenomeno migratorio che vede arrivare giornalmente, nella nostra isola di Lampedusa, porta dell’Europa, tanti poveri disperati in cerca di libertà e di un futuro di speranza. Al nostro Arcivescovo don Franco – conclude – gli auguri di tutta la Chiesa Agrigentina per questo nuovo incarico, con l’auspicio di un proficuo lavoro per il riconoscimento della dignità e dei diritti di tanti fratelli migranti”.

Mons. Francesco Montenegro domani parteciperà, a Palermo, alla beatificazione di don Pino Puglisi, e domani stesso partirà, come già programmato, per Lampedusa dove incontrerà la comunità ecclesiale e, lunedì 27 maggio, amministrerà la cresima 75 giovani della parrocchia.

 Agrigento 24 maggio 2013

>  Carmelo Petroneufficiocomunicazioni@diocesiag.it

 
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Pubblicato da su 24 maggio 2013 in Ecclesia

 

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Giovani con la valigia

         Lo spread europeo non è descritto dagli indici finanziari. Eppure ne vediamo ogni giorno gli effetti. Mentre da mesi i governi europei dibattono sul futuro economico del Vecchio Continente, sulle drastiche misure di aggiustamento per rincorrere i continui declassamenti dei rating finanziari nazionali, l’Europa ha perso di vista i suoi giovani abitanti. Che scappano, silenziosamente, per sopravvivere alla crisi economica, mentre i flussi migratori verso l’Europa continuano a diminuire.
         Secondo Eurostat, tra il 2005 e il 2010 l’Europa a 27 ha perso quasi un milione di persone l’anno. Il crollo è sostanziale, se si considera che sette anni fa il saldo migratorio netto era ottimale e il Vecchio Continente guadagnava ogni dodici mesi un milione e 800 mila individui. Invece, nel 2010, il saldo positivo si è ridotto ad appena 850 mila persone e i dati illustrano un trend negativo costante, che proseguirà anche nei prossimi anni.
         Per questo, almeno in Italia, un giorno non troppo lontano cominceremo a rimpiangere l’immigrazione: come ha sentenziato l’Istat, se si interrompessero nettamente gli arrivi degli stranieri, nel 2065 la popolazione sarebbe dimezzata rispetto ad oggi e conterebbe appena 31 milioni di individui.

         Ma non è solo un problema nostrano: secondo Jeffrey Williamson, il maggiore storico economico dell’immigrazione, tra il 2020 e il 2030 i flussi di lavoratori dai Paesi poveri verso l’Occidente cominceranno gradualmente a ridursi, fino a scomparire entro il2050. Inpratica, se il trend del declino demografico continuasse sulla linea degli ultimi tre anni, già nel 2016 l’Europa a 27 potrebbe trovarsi con un saldo migratorio negativo. Il punto è che non sono diminuiti tanto gli stranieri che arrivano, ma cresciuti coloro che se ne vanno. Infatti, sono molti gli extracomunitari partiti un tempo da Paesi poveri per cercare fortuna che oggi tornano a casa, in nazioni diventate locomotive dell’economia mondiale: non solo la Cina, ma anche il Cile, il Brasile, il Messico o l’Angola. Un cambio di passo inatteso, avvenuto in poco meno di dieci anni.
         Tuttavia, il differenziale migratorio negativo è dato soprattutto dal fatto che la stragrande maggioranza dei nuovi emigranti europei è indigena e cittadina dei Paesi in crisi: Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia e anche Italia. Sono ragazzi tra i 20 e i 35 anni, quasi tutti laureati e celibi: non si tratta dei braccianti costretti dalla fame nel secolo scorso, ma di una buona fetta della futura classe dirigente. Non è difficile intuire la motivazione di questa diaspora: la disoccupazione giovanile è esplosa. Basti pensare che negli ultimi sei anni in Spagna è raddoppiata, in Irlanda è cresciuta addirittura del 200 per cento, mentre in Grecia e Portogallo è aumentata di quasi un quarto: per quanto riguarda questi ultimi due Paesi poi, le prospettive occupazionali sono le più drammatiche a livello continentale. Mentre in Italia si contano oltre un milione di giovani disoccupati (il tasso di dicembre è del 31%) e due milioni di Neet (che, cioè, non lavorano né studiano né fanno formazione professionale).
         Il quadro continentale che ne emerge è devastante: troppo concentrato sul presente dei suoi pensionati, il Vecchio Continente non sembra capace o realmente interessato a progettare un futuro per i propri figli. “In varietate concordia” («Unità nelle diversità»), che è il motto dell’Unione europea, oggi assume significati sinistri dopo che autorevoli quotidiani stranieri – specialmente anglosassoni – hanno malignamente indicato il disastro dell’isola del Giglio come metafora del futuro economico della Ue.

         Di vero rimane che anche in questo caso i giovani europei stanno abbandonando la nave e gli alti ufficiali politici non sembrano curarsene troppo. Dove vanno? Principalmente nelle Americhe, in Oceania o a volte in altri Paesi europei più ricchi come quelli scandinavi ola Germania. Perché le nazioni continentali che non sono al centro della crisi offrono prospettive più allettanti rispetto alle nazioni mediterranee. Si consideri ad esempio la previsione di guadagno per un giovane studente europeo dopo la laurea: in Italia e Spagna è di 25mila euro lordi l’anno, mentre in Francia è di circa 40mila, in Germania di 50mila e in Svizzera supera i 60mila euro.

         Ma la “generazione Erasmus”, fatta di ragazzi pronti a viaggiare, sogna continenti lontani. Gli spagnoli, ad esempio: il 60% dei 130mila ragazzi che sono partiti nell’ultimo anno ha scelto le nazioni sudamericane, soprattutto Cile, Colombia e Messico. La Spagna è già caduta nel baratro della decrescita demografica, dove l’emigrazione supera l’immigrazione. Secondo l’Instituto Nacional de Estatistica, nei primi sei mesi del 2011 il Paese ha perso 27mila persone: da 46 milioni e 152mila abitanti a 46 milioni e 125mila.
         Va un po’ meglio nell’altro lato della penisola iberica. Anche in Portogallo il saldo migratorio è crollato tra il 2005 e il 2010: da 38mila persone a quasi 4mila, in pratica il 90% in meno di nuovi cittadini ogni anno. E oggi, tre portoghesi su dieci sono disposti ad emigrare per lavoro: la metà ha tra i 18 e i 30 anni ed è laureato o diplomato.
         I giovani greci scelgono invece la Scandinavia e l’Europa occidentale come mete migratorie interne e l’Australia come destinazione extraeuropea. Così negli ultimi sei anni la Grecia è passata da 40mila nuovi abitanti ad appena 15mila del 2010. Ma il record continentale della diaspora giovanile spetta all’Irlanda. Secondo Eurostat, il tasso migratorio irlandese è il più alto in Europa: su mille persone, nove lasciano Dublino e si spostano principalmente verso gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda. E da due anni l’emigrazione supera l’immigrazione.

         In Italia, invece, anche se il saldo migratorio è ancora positivo, il trend rimane comunque notevole: nonostante la grande affluenza di immigrati africani, dal2007 aoggi si è passati da 500mila abitanti in più ogni anno ad appena 311mila. Sono principalmente i nostri giovani connazionali a scappare, proprio come recita la canzone del rapper Caparezza «Goodbye Malinconia», che descrive il nuovo fenomeno migratorio dei ragazzi italiani: «… e poi se ne vanno tutti, non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti».

> articolo di Angelo Ceccherini, tratto da www.avvenire.it

 

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2012 in La grande Crisi

 

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