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Archivi tag: Crisi

La casa brucia e gli esperti commentano

“Vecchi con gli occhiali che parlano”: Così un mio alunno liquida quei programmi televisivi che moltiplicano chiacchiere, commenti, polemiche, in un nebbione di parole oltre le quali non si arriva più a percepire la realtà. E’ vero che noi italiani siamo un popolo da bar, ci piace quel teatrino che si crea attorno a un bancone e a un caffè macchiato: ognuno ha da dire la sua e quasi nessuno ascolta veramente l’opinione degli altri; si dice, si ridice, si ribadisce, mille martellate sullo stesso chiodo, mille giorni di parole al vento, in una spigliata rappresentazione dell’assurdità della vita. Però ora stiamo davvero esagerando: i talk-show proliferano, le voci aumentano a dismisura, ogni commentatore è convinto delle proprie ragioni, ognuno vuole essere er mejo fico der bigoncio, lì, in quel bar televisivo, e non importa se tutto quello che afferma non ha il minimo senso nella vita di tutti i giorni, nella nostra vita. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2014 in Società

 

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Rapporto Istat 2014, “i giovani i più colpiti dalla crisi”

gioI giovani sono “il gruppo più colpito dalla crisi”. È quanto sostiene l’istat, che ha presentato il rapporto 2014 sulla situazione dell’Italia. Secondo l’istat, infatti “i 15-34enni occupati diminuiscono, fra il 2008 e il 2013, di 1 milione 803 mila unità, mentre i disoccupati e le forze di lavoro potenziali crescono rispettivamente di 639 mila e 141 mila unità. Il tasso di occupazione 15-34 anni scende dal 50,4% del 2008 all’attuale 40,2%, mentre cresce la percentuale di disoccupati (da 6,7% a 12%), studenti (da 27,9% a 30,7%) e forze di lavoro potenziali (da 6,8% a 8,3%). Le differenze di genere sono importanti: il tasso di occupazione è al 34,7% tra le donne e raggiunge il 45,5% tra gli uomini”.

Le differenze territoriali sono importanti anche per le quote di disoccupati (15,3% nel Mezzogiorno contro 9,3% nel Nord) e di forze di lavoro potenziali (14,3% contro 4%). Sempre nel Mezzogiorno è leggermente più elevata la quota di studenti (32%, contro il 31,4% del Centro e il 29,3% del Nord). Anche i divari territoriali sono marcati: al Nord il tasso di occupazione è pari al 50,1% (-12,1 punti percentuali dal 2008), contro il 43,7% del Centro (-10,4 punti) e il 27,6% del Mezzogiorno (-8,4 punti).Tra quanti vivono ancora con i genitori, la percentuale di disoccupati e forze di lavoro potenziali diminuisce al crescere del titolo di studio dei genitori (12,3% tra i figli di laureati e 37,7% tra i figli di genitori con al più la licenza elementare).

Inoltre, rileva l’Istat, per cercare lavoro in Italia i giovani (15-34 anni) ricorrono prevalentemente alla rete informale di parenti e conoscenti (81,9%), inviano curriculum (76,3%), utilizzano Internet (63,6%) e consultano le offerte sui giornali (51,5%). Il 39,8% sceglie un canale di intermediazione; il 29,3% il centro pubblico per l’impiego e il 20,8% altre agenzie private. Rispetto al 2008 crescono considerevolmente il ricorso a Internet (22,1 punti percentuali in più) e al centro per l’impiego (+5,8 punti), specialmente nel Nord. Una crisi dell’occupazione che ha spinto molti a cercare fortuna altrove. Nel 2012 hanno lasciato il Paese oltre 26mila giovani tra i 15 e i 34 anni, 10mila in più rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni il fenomeno ha interessato quasi 100 mila giovani (94mila).

>  www.huffingtonpost.it

 
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Pubblicato da su 28 maggio 2014 in La grande Crisi

 

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Allarme Fmi sulla disoccupazione

La crisi non è finita. Christine Lagarde gela l’entusiasmo di chi pensa che il peggio, per l’economia dell’Europa, sia passato. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale prende come esempio del periodo ancora buio i dati sulla disoccupazione: un quarto dei giovani europei sotto i 25 anni non ha un lavoro. “In Italia e Portogallo – puntualizza la numero uno dell’Fmi – più di un terzo dei giovani sotto i 25 anni è disoccupato. In Spagna e Grecia sono più della metà”. Allarmante il dato globale di chi è a spasso nel Vecchio Continente, 20 milioni di persone. Cifre che rendono difficile la ripresa economica: “Quando la disoccupazione è alta, la crescita è lenta perché la gente consuma meno e le aziende investono e assumono meno” afferma Lagarde, che poi sottolinea come la strada più efficace per rafforzare l’occupazione sia la crescita: un punto percentuale di Pil in più, aggiunge, farebbe trovare un impiego a 4 milioni di persone.

E per rilanciare la crescita bisogna che “famiglie, aziende e governi riducano gli elevati livelli di debito”, che deve scendere: “In un contesto di bassa crescita, il trucco è muoversi gradualmente fino a che il mercato lo consente con politiche ancorate all’impegno di un risanamento fiscale sostenuto a un ritmo ragionevole nel medio termine. Il risanamento – conclude Lagarde – dovrebbe essere visto come un’occasione per rendere il budget più orientato alla crescita”.

http://www.msn.com

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2014 in La grande Crisi

 

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Gli italiani non si curano più. E gli ospedali gettano 4 miliardi.

2013-04-ipad-795-0Roma – Un dente fa male? Si prende un antidolorifico e si tira avanti. E l’apparecchio per il secondo figlio? Pazienza, si terrà i denti storti. E le analisi del sangue? Magari l’anno prossimo, tanto il colesterolo non scappa. Sono addirittura 5 milioni e mezzo le famiglie italiane che nell’ultimo anno hanno rimandato o del tutto rinunciato ad una serie di prestazioni sanitarie per motivi economici. La crisi morde e le famiglie sono costrette a tirare la cinghia anche mettendo a rischio la propria salute. Eppure nella nostra sanità pubblica sono ancora tanti gli sprechi e le inefficienze. Se si riuscisse ad eliminarne almeno la metà si potrebbero risparmiare da subito 4 miliardi di euro. Insomma sembra proprio che anche il governo Monti (in carica nel 2012) non sia riuscito a colpire il cuore del problema della sanità pubblica: i soldi spesi male per negligenza o per disonestà. L’Aiop, Associazione Ospedalità Privata, pure quest’anno ha stilato il Rapporto Ospedali & Salute in un’indagine che ha messo al centro dell’osservazione il paziente con i suoi bisogni. Sono stati intervistati oltre 2.000 caregiver, ovvero la persona che nella famiglia è responsabile per la salute dei congiunti, spesso non autosufficienti.

La necessità di tagliare la spesa ha avuto come inevitabile conseguenza l’incremento dei costi a carico del cittadino, più 22 per cento nel 2012. L’aumento dei ticket sanitari è costato ai pazienti 1.465,4 milioni di euro. Aumenta anche la spesa per i farmaci a carico del cittadino che complessivamente ha tirato fuori 1.406 milioni di euro. Non solo. Va tenuto conto anche dell’aumento dell’Irpef regionale che in alcuni casi è salita addirittura del 177 per cento con ricadute pesanti per chi vive nelle Regioni in «rosso», sottoposte ai piani di rientro. Ecco quindi il drammatico risultato: la rinuncia alle cure dentarie per 5,5 milioni di famiglie; alle visite specialistiche per 4,7 milioni; alle analisi di laboratorio per 2,9 milioni. Non solo. Gli intervistati segnalano la necessità di ricorrere più spesso alle prestazioni in regime di intramoenia, ovvero a pagamento.

L’indagine, commissionata dall’ospedalità privata accreditata, sottolinea che ci sarebbe anche un altro modo per risparmiare. L’ospedalità privata convenzionata, dicono, è più efficiente perchè più controllata. Tra i problemi principali delle strutture pubbliche infatti c’è quello della modalità di rendicontazione spesso non trasparente. Se si aumentasse la spesa per il privato convenzionato di due miliardi di euro si potrebbe avere un risparmio del 4,6 per cento rispetto alla spesa attuale delle strutture pubbliche.

Questo non significa che sia un bene continuare con la politica dei tagli. Occorre invece puntare a spendere meglio i soldi che ci sono, eliminando tutti gli sprechi. A dirlo è il presidente dell’Aiop, Gabriele Pellissero. «Nell’arco di un triennio sono stati tagliati 4,5 miliardi di euro all’anno su una spesa sanitaria pubblica di 112,9 miliardi – dice Pellissero – Bisogna puntare sull’eliminazione delle inefficienze per colmare alcune crepe». Non è detto ad esempio che sia utile chiudere tutti i “piccoli ospedali“. «Le piccole strutture non sono tutte uguali – prosegue Pellissero – Bisogna distinguere tra quelli che rappresentano un peso per la comunità e quelli che invece sono frequentati e apprezzati dai cittadini e quindi rappresentano una risorsa e non uno spreco». Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sottolinea la necessità di aumentare la prenvenzione: «Non prevenire in modo adeguato – osserva il ministro – significa poi avere un costo più pesante per il servizio sanitario nazionale quando si deve affrontare la malattia».

>  Francesca Angeliwww.ilgiornale.it

 
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Pubblicato da su 11 dicembre 2013 in La grande Crisi

 

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Baby squillo? Per il 15% anche nella propria scuola

ROMA – Baby squillo? Può essere la ragazza del banco accanto. Almeno a guardare i risultati di un sondaggio realizzato dal portale specializzato Skuola.net sulla scia delle notizie di cronaca degli ultimi giorni, dalle quali stanno emergendo storie di prostituzione minorile.

Dei 3mila ragazzi di medie e superiori che hanno partecipato all’indagine, il 15% denuncia casi di baby squillo nel suo istituto. Di questi, circa il 30% ha addirittura avuto rapporti sessuali con loro. Va così da sé che, secondo gli intervistati, i media non stanno ingigantendo il fenomeno: per circa 1 studente su 4, le studentesse che si prostituiscono a scuola sono davvero così tante come dicono tv, giornali e web.

Sono oltre 500 gli studenti che hanno confessato al portale Skuola.net di avere baby squillo nella propria scuola. Addirittura il 60% di questi ultimi afferma che non si tratta di casi isolati e che ci sia più di una studentessa a vendere il suo corpo in cambio di soldi, ricariche e abbigliamento. Il 46% degli intervistati invece non si pronuncia sul fenomeno: nel suo istituto non esiste, e se esiste lui non ne è a conoscenza. Mentre il 40% circa del campione afferma con certezza che nella propria scuola queste cose non accadono.

Sicuramente deve destare attenzione che di quel 15% di studenti che sa delle baby squillo fra i banchi della sua scuola, il 30% dichiara di aver avuto rapporti sessuali con loro, così divisi: il 25% più di una volta, mentre il 5% solamente una. Il fenomeno non scandalizza i ragazzi, tanto che a essi si aggiunge un ulteriore 10% che, pur non avendo mai avuto nessun rapporto sessuale con una baby squillo della propria scuola, proverebbe con piacere.

In merito all’attenzione dei media sul fenomeno, poco meno della metà degli studenti non sa esprimersi. La restante metà invece si divide in egual maniera tra chi pensa che i media stiano trattando correttamente la questione date le proporzioni del fenomeno e chi invece ritiene che si stia esagerando.

>  www.lasiciliaweb.it

 

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Suicidio: prevenire si può. Disoccupazione primo indiziato

lettera suicidaL’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno nel mondo muoiano di propria volontà 1 milione di persone, un tasso di mortalità per suicidio di 14,5 su 100.000 abitanti. In pratica nel mondo si registrano due suicidi al minuto e in molti paesi industrializzati questa arriva a essere la seconda o terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani adulti.

In Italia si contano circa 4.000 suicidi l’anno. Sono morti prevenibili, ma per farlo serve una rete di sostegno formata da persone volenterose competenti. L’obiettivo della 10° Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, che si celebra il 10 settembre, è proprio quello di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla possibilità di aiutare coloro che hanno raggiunto quello stadio di disperazione che precede il gesto estremo.

>  www.panorama.it

 

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Il seme e la spada

pace siriaSulla crisi siriana risuonano in queste ore due appelli contrastanti, pur di diversa autorevolezza morale, e due logiche sembrano drammaticamente contrapporsi. La voce levata alta e forte dal Papa invoca la pace e la trattativa diplomatica, con una mobilitazione delle coscienze che trova espressione non solo simbolica nel digiuno e nella preghiera di domani. La realpolitik della deterrenza e della dimostrazione di forza, sebbene ammantata anche da motivazioni umanitarie, chiama invece a un’azione bellica “punitiva”, con in testa gli Stati Uniti di Barack Obama e altri governi nelle ultime ore sempre più esitanti.
«Bisogna fermare il massacro in Siria», ha scritto in toni fermi e accorati Francesco al presidente russo Vladimir Putin quale attuale presidente del G20 in corso a Mosca. Paradossalmente, si tratta della stessa motivazione con cui anche l’Amministrazione americana si dice pronta a bombardare il regime di Bashar Assad. Non potrebbero esservi approcci più diversi, ma è evidente che qui non si tratta di differenti mezzi tra cui scegliere per ottenere lo stesso risultato, bensì di una netta divaricazione di fronte a una tragedia che tutti deve interrogare.
Non può nemmeno essere vista, nel peggiore fraintendimento, come una sfida personalistica, un contare le divisioni di cui può disporre il Papa (e la storia ha dimostrato che sono tante ed efficaci, senza mai essere cruente) e un valutare che cosa promette di “funzionare” di più. I feroci contendenti che hanno provocato centomila morti in due anni di conflitto non sono cristiani e difficilmente si siederanno immediatamente a un tavolo negoziale anche dopo una breve pioggia di missili.
A essere in gioco non è la migliore analisi geopolitica, bensì una prospettiva umana che va molto più a fondo e si allarga anche ad altri fronti del mondo.
Ciò che sollecita Francesco dalla cattedra di Pietro, insieme a chi sinceramente e non in modo strumentale o per altri fini aderisce al suo invito, è un radicale mutamento di visione e di atteggiamento sulla scena internazionale. La violenza chiama violenza, le ferite inferte si allargano e imputridiscono, i rancori si accrescono, le incomprensioni si radicalizzano. Nessuno, cristianamente (e kantaniamente), può essere solo uno “strumento”, quasi che la sua eliminazione serva allo scopo di indurre altri a cambiare le proprie posizioni. In un inestricabile groviglio di torti e ragioni come quello siriano, non esiste una spada di Salomone che possa tagliare di netto il giusto e lo sbagliato. Ergersi a giudici della vita e della morte è sbagliato in sé e non può condurre ad alcun esito positivo.
È la logica ineccepibile che non fa condurre l’amore per la pace da un’utopia lontana dalla realtà terrena sempre segnata dal peccato. Forse il Pontefice che ha preso così decisamente l’iniziativa su scala planetaria è il più realista degli attori in campo. Così realista, probabilmente, da sapere in cuor suo che in ogni caso il massacro nello sfortunato Paese asiatico non si fermerà da un momento all’altro, ma che conta la qualità dei semi che si gettano. Se saranno semi di odio la crisi non potrà che peggiorare.
Risulterebbe un segno di debolezza fermare una macchina militare già avviata e riprovare con rinnovata fantasia la carta diplomatica? Dipende dal criterio con cui si effettua la valutazione. Nel semplice equilibrio di potenza, forse sì. Ma si è visto quanto poco sia servita in Medio Oriente una logica del pugno di ferro, costata enormi perdite umane. Questo non vuol dire che un domani non si presentino situazioni in cui l’ingerenza umanitaria e il dovere di proteggere, sotto l’egida Onu, saranno doverosi e per i quali la potenza americana sia, come è stata in passato, utile e benemerita.
Non si tratta, in definitiva, di disarmare e di consegnarsi arrendevoli a chi esercita violenza e sopraffazione. Ma di capire che la prima risposta è sempre la pace e che la guerra può essere l’ultima risorsa soltanto quando null’altro sia rimasto per evitare che l’innocente sia colpito.

>  Andrea Gavazza – 06/09/2013 – www.avvenire.it

 
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Pubblicato da su 6 settembre 2013 in Attualità e Cultura

 

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Caro fratello, non toglierci la tua vita

//   LETTERA A UN ASPIRANTE SUICIDA   //

lettera suicidaCaro fratello che non vuoi più vivere, ti scrivo perché tu non ti tolga la vita. In questi giorni stiamo tutti sentendo brutte notizie su chi come te, per ragioni cosiddette economiche – ma non sono solo tali, tu lo sai – hanno compiuto il gesto volontario di transitare oltre il confine estremo.

E ho paura di non scrivere bene perché vorrei usare parole dirette, sincere, efficaci e trovarle è difficile. La cosa che non ti dirò è che ti sono vicino, perché io e anzi tutti noi ti siamo stati lontanissimi. Abbiamo sfiorato la tua angoscia camminando per strada come se fossimo disinteressati a vederla; sicché tu, fratello, in questa vicenda di nascita e fine, di carne e sangue, di respiro e pensiero che ci accomuna tutti e ha nome vita, ti sei sentito così solo, da pensare che se ti fossi tolto di mezzo qualcuno si sarebbe accorto di te e tu avresti finalmente pacificato la mente e il cuore.

Facciamo un patto, allora: che griderai, prima. Che lo farai magari nelle forme della società mediatica, del villaggio di solitudine globale in cui viviamo, scrivendo due righe, con parole tue, a questo giornale, in una lettera intitolata: ‘Vorrei morire perché…’. E ci dirai perché. Non decidere nulla da solo, chi si sente solo sta già morendo, l’ha detto uno scrittore che si chiamava Conrad e che indagava la tenebra nel cuore dell’uomo: «Si muore come si sogna, soli». Ma tu non stai sognando, hai gli occhi ben aperti sulla vita e quindi non sei solo: lascia che ti accompagniamo. Per un po’ almeno, fino a rifare i primi passi. Come quelli che ti ha insegnato tua madre tanti anni fa tenendoti per le braccine, e non vorrebbe, adesso, che tu non camminassi più.

Hanno scritto che per debiti ti avrebbero tolto la casa. Sai, abbiamo costruito un mondo spietato, sotto cui scorre un fiume di violenza e veleno, in cui il debito si sconta togliendo al debitore il suo rifugio, forse più per punirlo che per ripianare in parte il debito. Duemila anni fa Qualcuno disse: «Le volpi hanno le tane e gli uccelli i nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove poggiare il capo». Forse pensava anche a te.

Ma di sicuro pensava a noi quando diceva: «amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi». Non ci siamo riusciti con te, vuoi proprio dimostrarGlielo? Dacci la possibilità di farGli vedere che per una volta l’abbiamo ascoltato. Dacci una mano. Tu aiuta noi.

Mettici in condizione di condividere: parla, chiama, scrivi, fatti sentire, raccontaci, piangi, se vuoi, e noi diremo le parole che il tuo cuore vuole ascoltare. Mettici al tuo fianco: lasciaci gridare insieme a te che questa società è disumana, e che c’è un’altra società, che quel Qualcuno ha indicato, già nata tra te e noi e in cui l’uomo è di aiuto all’altro uomo. Pensa a noi con tenerezza.

Noi sappiamo meno cose di te, non siamo mai arrivati al tuo baratro, tu solo hai raggiunto la tua – personale, universale – cognizione del dolore. Insegnacela. Facci guardare dentro il tuo cuore. Non precipiterai nell’abisso, ti tratterremo noi, ma tu, prima, ci avrai arricchiti di te, sicché sarà un ben piccolo prezzo continuare a darti la vita. Ecco, forse solo adesso sono riuscito a dire la frase che volevo scrivere e che non è «non toglierti la vita», ma «non toglierci la tua vita». Perché non lo sappiamo dire, ma è preziosa per noi.

>  Giovanni D’Alessandrohttp://www.avvenire.it

 
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Pubblicato da su 25 agosto 2013 in La grande Crisi

 

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UNICEF-UNHCR: nella crisi in Siria raggiunto il vergognoso traguardo di un milione di bambini rifugiati.

Cover_Siria_agosto_2013Nel terzo anno di guerra in Siria, il numero di bambini siriani costretti ad abbandonare la propria terra come rifugiati è ora salito ad un milione. “Il milionesimo bambino rifugiato non è solo un numero” ha dichiarato Anthony Lake, Direttore generale del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF). “È un bambino reale, strappato alla propria casa, forse anche alla propria famiglia, e costretto ad affrontare orrori che noi possiamo comprendere solo in parte”. “Tutti noi dobbiamo condividere questa vergogna”, ha aggiunto Lake, “perché mentre noi lavoriamo per alleviare le sofferenze di coloro che sono colpiti dalla crisi, la comunità globale ha mancato alla propria responsabilità nei confronti di questo bambino. Dovremmo fermarci e chiederci come possiamo, in tutta coscienza, continuare a deludere i bambini della Siria”.

“Ciò che è in gioco adesso non è altro che la sopravvivenza e il benessere di una generazione di innocenti” ha proseguito l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres, a capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). “I giovani della Siria stanno perdendo le proprie case, i propri famigliari e il proprio futuro. Anche dopo che hanno attraversato un confine internazionale e raggiunto la sicurezza, sono traumatizzati, depressi e bisognosi di trovare una ragione di speranza”.

In base ai dati forniti dalle due agenzie i bambini costituiscono la metà di tutti i rifugiati provocati dal conflitto in Siria. Molti di loro sono riusciti a raggiungere Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto. Sempre più numerosi anche i siriani che fuggono verso i paesi del Nord Africa e dell’Europa. Gli ultimi dati inoltre mostrano che 740mila bambini rifugiati siriani hanno meno di 11 anni. All’interno della Siria – sostiene poi l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani – circa 7mila bambini sono stati uccisi durante il conflitto, mentre le stime di UNHCR e UNICEF dicono che oltre 2 milioni di bambini sono sfollati all’interno del paese.

Lo sconvolgimento fisico, la paura, lo stress e i traumi subiti da così tanti bambini rappresentano tuttavia solo una parte della crisi che colpisce questa parte di umanità. Entrambe le agenzie evidenziano infatti le minacce che il lavoro minorile, i matrimoni precoci, il potenziale sfruttamento sessuale, il traffico di esseri umani, pongono sui bambini rifugiati. Oltre 3.500 bambini hanno attraversato la frontiera siriana per cercare rifugio in Giordania, Libano e Iraq, non accompagnati o separati dalle proprie famiglie.

La più imponente operazione umanitaria nella storia ha visto UNHCR e UNICEF mobilitare il loro sostegno in favore di milioni di famiglie e bambini colpiti dalla crisi. Ad esempio oltre 1,3 milioni di bambini nelle comunità di rifugiati e nelle comunità d’accoglienza nei paesi limitrofi quest’anno ha potuto essere sottoposto alla vaccinazione contro il morbillo grazie al sostegno garantito dall’UNICEF e dai suoi partner. Quasi 167mila bambini rifugiati hanno ricevuto assistenza psico-sociale; oltre 118mila bambini e adolescenti hanno potuto proseguire il loro percorso d’istruzione all’interno o all’esterno di strutture scolastiche ufficiali; oltre 222mila persone hanno ricevuto una fornitura d’acqua.

logo_unicefL’UNHCR ha registrato tutti i bambini rifugiati – 1 milione – restituendo loro un’identità. L’Agenzia inoltre aiuta i bambini nati in esilio a ottenere certificati di nascita, preservando loro da un difficile futuro da apolidi, e fa in modo che tutte le famiglie e i bambini rifugiati vivano in qualche tipo di alloggio sicuro. Ma molto resta ancora da fare, fanno sapere UNHCR e UNICEF. Il Piano di risposta regionale per i rifugiati della Siria, attraverso il quale sono stati richiesti 3 miliardi di dollari USA per rispondere alle gravi necessità dei rifugiati fino al prossimo dicembre, è attualmente finanziato solo per il 38%.

Oltre 5 miliardi di dollari sono stati richiesti per affrontare la crisi in Siria, con necessità critiche nei settori dell’istruzione, della salute e di altri servizi fondamentali per i bambini rifugiati e per quelli appartenenti alle comunità d’accoglienza. Ulteriori risorse poi devono essere destinate allo sviluppo di solide reti attraverso le quali identificare i bambini rifugiati a rischio e garantire assistenza a loro e alle comunità che li accolgono. Un maggior flusso di finanziamenti rappresenta comunque solo una parte della risposta che serve a soddisfare le necessità dei bambini. È infatti necessario un impegno più intenso per trovare una soluzione politica alla crisi in Siria, le parti in conflitto devono cessare di prendere di mira la popolazione civile e devono porre fine al reclutamento dei bambini.

I bambini, gli adolescenti e le loro famiglie devono poter lasciare la Siria in sicurezza e le frontiere devono rimanere aperte in modo che essi possano attraversarle e raggiungere un rifugio sicuro. Coloro che mancano di adempiere a tali obblighi contemplati nel diritto umanitario internazionale dovrebbero rispondere appieno delle loro azioni, concludono UNHCR e UNICEF.

>  http://www.unicef.it

 
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Pubblicato da su 23 agosto 2013 in Unicef

 

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Regione vara piano straordinario, lavoro per ventimila disoccupati

PALERMO – La giunta regionale, su proposta dell’assessore al Lavoro e alla Famiglia Ester Bonafede, ha deciso di autorizzare un piano straordinario di cantieri di servizio prevedendo uno stanziamento di 50 milioni di euro.
Destinatari delle risorse saranno i comuni che presenteranno piani di utilizzo lavorativo, che includano per il settanta per cento giovani disoccupati e inoccupati nella fascia entro i trentacinque anni e per il trenta per cento ultra cinquantenni esclusi dal mercato del lavoro. L’occupazione stimata è di ventimila unità per tre mesi, dice una nota della giunta.
Le risorse saranno distribuite ai comuni in proporzione agli indici di disoccupazione e inoccupazione del territorio comunale competente. Il compenso lavorativo che riceveranno i beneficiari sarà determinato in base a quello attribuito ai cantieri di servizio di cui alla legge regionale 5/2005.
Il presidente della regione Rosario Crocetta e l’assessore al Lavoro e alla Famiglia affermano che “questa prima misura di intervento straordinario per la lotta contro la povertà in Sicilia, che sarà estesa con le variazioni di bilancio, darà un po’ di respiro alla crisi occupazionale, in attesa dell’imminente partenza delle zone franche urbane e di una serie di interventi produttivi previsti con lo sblocco della spesa europea”.

>  www.lasiciliaweb.it

 
 

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