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Archivi tag: Crisi

La casa brucia e gli esperti commentano

“Vecchi con gli occhiali che parlano”: Così un mio alunno liquida quei programmi televisivi che moltiplicano chiacchiere, commenti, polemiche, in un nebbione di parole oltre le quali non si arriva più a percepire la realtà. E’ vero che noi italiani siamo un popolo da bar, ci piace quel teatrino che si crea attorno a un bancone e a un caffè macchiato: ognuno ha da dire la sua e quasi nessuno ascolta veramente l’opinione degli altri; si dice, si ridice, si ribadisce, mille martellate sullo stesso chiodo, mille giorni di parole al vento, in una spigliata rappresentazione dell’assurdità della vita. Però ora stiamo davvero esagerando: i talk-show proliferano, le voci aumentano a dismisura, ogni commentatore è convinto delle proprie ragioni, ognuno vuole essere er mejo fico der bigoncio, lì, in quel bar televisivo, e non importa se tutto quello che afferma non ha il minimo senso nella vita di tutti i giorni, nella nostra vita. Read the rest of this entry »

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2014 in Società

 

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Rapporto Istat 2014, “i giovani i più colpiti dalla crisi”

gioI giovani sono “il gruppo più colpito dalla crisi”. È quanto sostiene l’istat, che ha presentato il rapporto 2014 sulla situazione dell’Italia. Secondo l’istat, infatti “i 15-34enni occupati diminuiscono, fra il 2008 e il 2013, di 1 milione 803 mila unità, mentre i disoccupati e le forze di lavoro potenziali crescono rispettivamente di 639 mila e 141 mila unità. Il tasso di occupazione 15-34 anni scende dal 50,4% del 2008 all’attuale 40,2%, mentre cresce la percentuale di disoccupati (da 6,7% a 12%), studenti (da 27,9% a 30,7%) e forze di lavoro potenziali (da 6,8% a 8,3%). Le differenze di genere sono importanti: il tasso di occupazione è al 34,7% tra le donne e raggiunge il 45,5% tra gli uomini”.

Le differenze territoriali sono importanti anche per le quote di disoccupati (15,3% nel Mezzogiorno contro 9,3% nel Nord) e di forze di lavoro potenziali (14,3% contro 4%). Sempre nel Mezzogiorno è leggermente più elevata la quota di studenti (32%, contro il 31,4% del Centro e il 29,3% del Nord). Anche i divari territoriali sono marcati: al Nord il tasso di occupazione è pari al 50,1% (-12,1 punti percentuali dal 2008), contro il 43,7% del Centro (-10,4 punti) e il 27,6% del Mezzogiorno (-8,4 punti).Tra quanti vivono ancora con i genitori, la percentuale di disoccupati e forze di lavoro potenziali diminuisce al crescere del titolo di studio dei genitori (12,3% tra i figli di laureati e 37,7% tra i figli di genitori con al più la licenza elementare).

Inoltre, rileva l’Istat, per cercare lavoro in Italia i giovani (15-34 anni) ricorrono prevalentemente alla rete informale di parenti e conoscenti (81,9%), inviano curriculum (76,3%), utilizzano Internet (63,6%) e consultano le offerte sui giornali (51,5%). Il 39,8% sceglie un canale di intermediazione; il 29,3% il centro pubblico per l’impiego e il 20,8% altre agenzie private. Rispetto al 2008 crescono considerevolmente il ricorso a Internet (22,1 punti percentuali in più) e al centro per l’impiego (+5,8 punti), specialmente nel Nord. Una crisi dell’occupazione che ha spinto molti a cercare fortuna altrove. Nel 2012 hanno lasciato il Paese oltre 26mila giovani tra i 15 e i 34 anni, 10mila in più rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni il fenomeno ha interessato quasi 100 mila giovani (94mila).

>  www.huffingtonpost.it

 
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Pubblicato da su 28 Mag 2014 in La grande Crisi

 

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Allarme Fmi sulla disoccupazione

La crisi non è finita. Christine Lagarde gela l’entusiasmo di chi pensa che il peggio, per l’economia dell’Europa, sia passato. Il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale prende come esempio del periodo ancora buio i dati sulla disoccupazione: un quarto dei giovani europei sotto i 25 anni non ha un lavoro. “In Italia e Portogallo – puntualizza la numero uno dell’Fmi – più di un terzo dei giovani sotto i 25 anni è disoccupato. In Spagna e Grecia sono più della metà”. Allarmante il dato globale di chi è a spasso nel Vecchio Continente, 20 milioni di persone. Cifre che rendono difficile la ripresa economica: “Quando la disoccupazione è alta, la crescita è lenta perché la gente consuma meno e le aziende investono e assumono meno” afferma Lagarde, che poi sottolinea come la strada più efficace per rafforzare l’occupazione sia la crescita: un punto percentuale di Pil in più, aggiunge, farebbe trovare un impiego a 4 milioni di persone.

E per rilanciare la crescita bisogna che “famiglie, aziende e governi riducano gli elevati livelli di debito”, che deve scendere: “In un contesto di bassa crescita, il trucco è muoversi gradualmente fino a che il mercato lo consente con politiche ancorate all’impegno di un risanamento fiscale sostenuto a un ritmo ragionevole nel medio termine. Il risanamento – conclude Lagarde – dovrebbe essere visto come un’occasione per rendere il budget più orientato alla crescita”.

http://www.msn.com

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2014 in La grande Crisi

 

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Gli italiani non si curano più. E gli ospedali gettano 4 miliardi.

2013-04-ipad-795-0Roma – Un dente fa male? Si prende un antidolorifico e si tira avanti. E l’apparecchio per il secondo figlio? Pazienza, si terrà i denti storti. E le analisi del sangue? Magari l’anno prossimo, tanto il colesterolo non scappa. Sono addirittura 5 milioni e mezzo le famiglie italiane che nell’ultimo anno hanno rimandato o del tutto rinunciato ad una serie di prestazioni sanitarie per motivi economici. La crisi morde e le famiglie sono costrette a tirare la cinghia anche mettendo a rischio la propria salute. Eppure nella nostra sanità pubblica sono ancora tanti gli sprechi e le inefficienze. Se si riuscisse ad eliminarne almeno la metà si potrebbero risparmiare da subito 4 miliardi di euro. Insomma sembra proprio che anche il governo Monti (in carica nel 2012) non sia riuscito a colpire il cuore del problema della sanità pubblica: i soldi spesi male per negligenza o per disonestà. L’Aiop, Associazione Ospedalità Privata, pure quest’anno ha stilato il Rapporto Ospedali & Salute in un’indagine che ha messo al centro dell’osservazione il paziente con i suoi bisogni. Sono stati intervistati oltre 2.000 caregiver, ovvero la persona che nella famiglia è responsabile per la salute dei congiunti, spesso non autosufficienti.

La necessità di tagliare la spesa ha avuto come inevitabile conseguenza l’incremento dei costi a carico del cittadino, più 22 per cento nel 2012. L’aumento dei ticket sanitari è costato ai pazienti 1.465,4 milioni di euro. Aumenta anche la spesa per i farmaci a carico del cittadino che complessivamente ha tirato fuori 1.406 milioni di euro. Non solo. Va tenuto conto anche dell’aumento dell’Irpef regionale che in alcuni casi è salita addirittura del 177 per cento con ricadute pesanti per chi vive nelle Regioni in «rosso», sottoposte ai piani di rientro. Ecco quindi il drammatico risultato: la rinuncia alle cure dentarie per 5,5 milioni di famiglie; alle visite specialistiche per 4,7 milioni; alle analisi di laboratorio per 2,9 milioni. Non solo. Gli intervistati segnalano la necessità di ricorrere più spesso alle prestazioni in regime di intramoenia, ovvero a pagamento.

L’indagine, commissionata dall’ospedalità privata accreditata, sottolinea che ci sarebbe anche un altro modo per risparmiare. L’ospedalità privata convenzionata, dicono, è più efficiente perchè più controllata. Tra i problemi principali delle strutture pubbliche infatti c’è quello della modalità di rendicontazione spesso non trasparente. Se si aumentasse la spesa per il privato convenzionato di due miliardi di euro si potrebbe avere un risparmio del 4,6 per cento rispetto alla spesa attuale delle strutture pubbliche.

Questo non significa che sia un bene continuare con la politica dei tagli. Occorre invece puntare a spendere meglio i soldi che ci sono, eliminando tutti gli sprechi. A dirlo è il presidente dell’Aiop, Gabriele Pellissero. «Nell’arco di un triennio sono stati tagliati 4,5 miliardi di euro all’anno su una spesa sanitaria pubblica di 112,9 miliardi – dice Pellissero – Bisogna puntare sull’eliminazione delle inefficienze per colmare alcune crepe». Non è detto ad esempio che sia utile chiudere tutti i “piccoli ospedali“. «Le piccole strutture non sono tutte uguali – prosegue Pellissero – Bisogna distinguere tra quelli che rappresentano un peso per la comunità e quelli che invece sono frequentati e apprezzati dai cittadini e quindi rappresentano una risorsa e non uno spreco». Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, sottolinea la necessità di aumentare la prenvenzione: «Non prevenire in modo adeguato – osserva il ministro – significa poi avere un costo più pesante per il servizio sanitario nazionale quando si deve affrontare la malattia».

>  Francesca Angeliwww.ilgiornale.it

 
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Pubblicato da su 11 dicembre 2013 in La grande Crisi

 

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Baby squillo? Per il 15% anche nella propria scuola

ROMA – Baby squillo? Può essere la ragazza del banco accanto. Almeno a guardare i risultati di un sondaggio realizzato dal portale specializzato Skuola.net sulla scia delle notizie di cronaca degli ultimi giorni, dalle quali stanno emergendo storie di prostituzione minorile.

Dei 3mila ragazzi di medie e superiori che hanno partecipato all’indagine, il 15% denuncia casi di baby squillo nel suo istituto. Di questi, circa il 30% ha addirittura avuto rapporti sessuali con loro. Va così da sé che, secondo gli intervistati, i media non stanno ingigantendo il fenomeno: per circa 1 studente su 4, le studentesse che si prostituiscono a scuola sono davvero così tante come dicono tv, giornali e web.

Sono oltre 500 gli studenti che hanno confessato al portale Skuola.net di avere baby squillo nella propria scuola. Addirittura il 60% di questi ultimi afferma che non si tratta di casi isolati e che ci sia più di una studentessa a vendere il suo corpo in cambio di soldi, ricariche e abbigliamento. Il 46% degli intervistati invece non si pronuncia sul fenomeno: nel suo istituto non esiste, e se esiste lui non ne è a conoscenza. Mentre il 40% circa del campione afferma con certezza che nella propria scuola queste cose non accadono.

Sicuramente deve destare attenzione che di quel 15% di studenti che sa delle baby squillo fra i banchi della sua scuola, il 30% dichiara di aver avuto rapporti sessuali con loro, così divisi: il 25% più di una volta, mentre il 5% solamente una. Il fenomeno non scandalizza i ragazzi, tanto che a essi si aggiunge un ulteriore 10% che, pur non avendo mai avuto nessun rapporto sessuale con una baby squillo della propria scuola, proverebbe con piacere.

In merito all’attenzione dei media sul fenomeno, poco meno della metà degli studenti non sa esprimersi. La restante metà invece si divide in egual maniera tra chi pensa che i media stiano trattando correttamente la questione date le proporzioni del fenomeno e chi invece ritiene che si stia esagerando.

>  www.lasiciliaweb.it

 

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Suicidio: prevenire si può. Disoccupazione primo indiziato

lettera suicidaL’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno nel mondo muoiano di propria volontà 1 milione di persone, un tasso di mortalità per suicidio di 14,5 su 100.000 abitanti. In pratica nel mondo si registrano due suicidi al minuto e in molti paesi industrializzati questa arriva a essere la seconda o terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani adulti.

In Italia si contano circa 4.000 suicidi l’anno. Sono morti prevenibili, ma per farlo serve una rete di sostegno formata da persone volenterose competenti. L’obiettivo della 10° Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio, che si celebra il 10 settembre, è proprio quello di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla possibilità di aiutare coloro che hanno raggiunto quello stadio di disperazione che precede il gesto estremo.

>  www.panorama.it

 

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Il seme e la spada

pace siriaSulla crisi siriana risuonano in queste ore due appelli contrastanti, pur di diversa autorevolezza morale, e due logiche sembrano drammaticamente contrapporsi. La voce levata alta e forte dal Papa invoca la pace e la trattativa diplomatica, con una mobilitazione delle coscienze che trova espressione non solo simbolica nel digiuno e nella preghiera di domani. La realpolitik della deterrenza e della dimostrazione di forza, sebbene ammantata anche da motivazioni umanitarie, chiama invece a un’azione bellica “punitiva”, con in testa gli Stati Uniti di Barack Obama e altri governi nelle ultime ore sempre più esitanti.
«Bisogna fermare il massacro in Siria», ha scritto in toni fermi e accorati Francesco al presidente russo Vladimir Putin quale attuale presidente del G20 in corso a Mosca. Paradossalmente, si tratta della stessa motivazione con cui anche l’Amministrazione americana si dice pronta a bombardare il regime di Bashar Assad. Non potrebbero esservi approcci più diversi, ma è evidente che qui non si tratta di differenti mezzi tra cui scegliere per ottenere lo stesso risultato, bensì di una netta divaricazione di fronte a una tragedia che tutti deve interrogare.
Non può nemmeno essere vista, nel peggiore fraintendimento, come una sfida personalistica, un contare le divisioni di cui può disporre il Papa (e la storia ha dimostrato che sono tante ed efficaci, senza mai essere cruente) e un valutare che cosa promette di “funzionare” di più. I feroci contendenti che hanno provocato centomila morti in due anni di conflitto non sono cristiani e difficilmente si siederanno immediatamente a un tavolo negoziale anche dopo una breve pioggia di missili.
A essere in gioco non è la migliore analisi geopolitica, bensì una prospettiva umana che va molto più a fondo e si allarga anche ad altri fronti del mondo.
Ciò che sollecita Francesco dalla cattedra di Pietro, insieme a chi sinceramente e non in modo strumentale o per altri fini aderisce al suo invito, è un radicale mutamento di visione e di atteggiamento sulla scena internazionale. La violenza chiama violenza, le ferite inferte si allargano e imputridiscono, i rancori si accrescono, le incomprensioni si radicalizzano. Nessuno, cristianamente (e kantaniamente), può essere solo uno “strumento”, quasi che la sua eliminazione serva allo scopo di indurre altri a cambiare le proprie posizioni. In un inestricabile groviglio di torti e ragioni come quello siriano, non esiste una spada di Salomone che possa tagliare di netto il giusto e lo sbagliato. Ergersi a giudici della vita e della morte è sbagliato in sé e non può condurre ad alcun esito positivo.
È la logica ineccepibile che non fa condurre l’amore per la pace da un’utopia lontana dalla realtà terrena sempre segnata dal peccato. Forse il Pontefice che ha preso così decisamente l’iniziativa su scala planetaria è il più realista degli attori in campo. Così realista, probabilmente, da sapere in cuor suo che in ogni caso il massacro nello sfortunato Paese asiatico non si fermerà da un momento all’altro, ma che conta la qualità dei semi che si gettano. Se saranno semi di odio la crisi non potrà che peggiorare.
Risulterebbe un segno di debolezza fermare una macchina militare già avviata e riprovare con rinnovata fantasia la carta diplomatica? Dipende dal criterio con cui si effettua la valutazione. Nel semplice equilibrio di potenza, forse sì. Ma si è visto quanto poco sia servita in Medio Oriente una logica del pugno di ferro, costata enormi perdite umane. Questo non vuol dire che un domani non si presentino situazioni in cui l’ingerenza umanitaria e il dovere di proteggere, sotto l’egida Onu, saranno doverosi e per i quali la potenza americana sia, come è stata in passato, utile e benemerita.
Non si tratta, in definitiva, di disarmare e di consegnarsi arrendevoli a chi esercita violenza e sopraffazione. Ma di capire che la prima risposta è sempre la pace e che la guerra può essere l’ultima risorsa soltanto quando null’altro sia rimasto per evitare che l’innocente sia colpito.

>  Andrea Gavazza – 06/09/2013 – www.avvenire.it

 
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Pubblicato da su 6 settembre 2013 in Attualità e Cultura

 

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