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Archivi tag: Crisi dei valori

Giovani e vandalismo

loc vandalismoSabato 22 novembre, nei locali dell’Aggregazione Giovanile Atlantide, si è svolto il primo “GioIn” che ha trattato un argomento profondo ma, ahimè, anche delicato, che sta insorgendo a S. Margherita di Belice e zone limitrofe: il vandalismo dei giovani. C’è stata una considerevole presenza di giovani e genitori interessati all’argomento, tra cui io, mamma di tre figli che, con non poca fatica, li educo a rispettare le persone e gli oggetti.

Purtroppo, i giovani d’oggi faticano a percepire l’educazione, il senso civico che giornalmente inculchiamo loro. Pensano che tutto gli è dovuto e che debbano avere tutto a qualsiasi costo. Questi “fenomeni” succedono spesso nei fine settimana; vuoi per noia, vuoi per fare i bulli con gli amici, scatenano le bravate contro tutto quello che gli capita a tiro. Può essere la bottiglia di vetro scagliata contro un muro o la vernice spray con cui imbrattare i muri di case o altro. La domenica mattina, la cittadinanza verifica con i propri occhi i danni della notte brava causati dai nostri ragazzi.

Noi genitori come possiamo risolvere il problema, ancora alla radice? Ma, a breve cosa succederà? Francamente, siamo in una società in cui i valori sono scomparsi, la crisi incombe su tutti; ma non è una giustificazione da dare. Il futuro si prospetta incerto per i nostri giovani. Spero ci siano altri incontri per poter capire meglio cosa si può fare e mi auguro che anche i giovani possano intervenire numerosi, evidenziando i problemi che vivono.

>  Anna Lepre

 
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Pubblicato da su 30 novembre 2014 in GioIn

 

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Sembra che il senso di colpa sia ormai morto e sepolto

180_ragazzi-2Nuovi sentimenti emergono e altri si eclissano, nuovi principi si affermano scalzando i vecchi, e non dobbiamo troppo meravigliarci, la trasformazione è l’essenza della vita e anche certe stelle che sembravano ben fisse, in realtà lentamente si modificano, ci modificano: quando lessi da ragazzo “La genealogia della morale” di Nietzche compresi che persino la morale ha la sua storia, che non ci sono leggi immutabili. Nel Medioevo si bruciavano le streghe in piazza; nel Rinascimento la politica passava attraverso il pugnale e il veleno, come ci ha spiegato Machiavelli; durante la Rivoluzione Francese “les tricoteuses”, cioè le signore che facevano la maglia, si davano appuntamento sotto il patibolo e passavano i loro pomeriggi sferruzzando e contemplando teste mozzate. Insomma, il Bene e il Bello di Platone sono concetti sempre rivedibili secondo gli usi del tempo. Un sentimento che è finito in cantina, ad esempio, è il senso di colpa.

Sarà che ho avuto un’educazione cattolica, sarà che la mia famiglia pretendeva molto da me, sarà stata l’inconsapevole introiezione dell’imperativo categorico kantiano, ma devo ammettere che gran parte della mia esistenza è stata segnata dal senso di colpa. Mi sentivo naturalmente colpevole di fronte al mondo e agli altri, e direi anche di fronte a un’astratta idea di me stesso: i mendicanti, i malati, i poveretti, accendevano la sensazione di essere sbagliato, ma lo stesso imbarazzo lo provavo anche davanti ai bravi, ai giusti, ai responsabili. Per riscattarmi da questa imperfezione cronica dovevo dare il meglio di me stesso, dovevo cercare di andare bene a scuola per non deludere i miei genitori, che si davano tanto da fare per me, dovevo provare a trasformare il piombo in oro, il peggio in meglio, la claudicanza in corsa veloce. Ed è sempre stato così: dal poco dovevo tirare fuori il massimo, altrimenti il senso di colpa ritornava a mordere. Per me è stato pressoché obbligatorio cercare di essere uno studente meritevole e poi un insegnante brillante, scrivere bei libri, essere puntuale e affidabile nel lavoro, nell’impegno familiare, sempre presente, sempre al massimo. Non so se ci sono riuscito, anzi credo sinceramente di no, però l’impegno è stato spasmodico, perché alle mie spalle latrava e batteva i denti aguzzi il doberman del senso di colpa. Quando ho fallito, mi sono vergognato, mi sono sentito malissimo, non ho nemmeno provato a dare la colpa a qualcun altro, perché la colpa, così ho appreso fin da bambino, è sempre personale.

Capisco che questo pungolo è doloroso, che forse sarebbe meglio spuntarlo, fare ciò che facciamo solo perché ci dà piacere, perché ci sembra semplicemente la cosa giusta: io non ci sono riuscito, lo ammetto, ho agito sempre tentando di evitare la brutta figura, la vergogna dell’errore, della disattenzione, del piccolo egoismo individuale. Ebbene, ora il senso di colpa è antiquariato, polvere spazzata via dalla modernità.  Vedo i miei studenti che vengono a scuola impreparati e sereni, indifferenti davanti a un’ipotetica brutta figura. Non hanno fatto i compiti, non hanno studiato per l’interrogazione programmata, non sono pronti per niente, ma di questo non si vergognano. Rimedieranno, recupereranno, qualcosa accadrà. Non hanno letto “Delitto e castigo”, non si sentono mai colpevoli di nulla. Buttano lì misere giustificazioni, accampano scuse penose, scaricano le responsabilità sul mondo, sulla famiglia, sugli altri. Del resto anche gli adulti fanno così, anche i politici, gli amministratori pubblici, tutti fanno così. Nessuno più si cosparge il capo di cenere, nessuno ammette d’aver sbagliato, nessuno si pente. Il senso di colpa era un ostacolo alla felicità immediata, ed è stato raso al suolo senza esitazioni. Quel tremendo tribunale interiore è stato smontato allegramente: ora finalmente possiamo fare schifo ed essere contenti.

>  Marco Lodoliwww.tiscali.it

 
 

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Con la crisi cresce ricorso a maghi e cartomanti

ROMA – Nei primi sei mesi del 2013 il fatturato presunto di maghi, cartomanti e simili ha raggiunto gli 8,3 miliardi. In crescita netta rispetto a solo pochi anni fa. Un fenomeno che potrebbe essere collegato alla crisi economica. Ma che va oltre, se è vero – come è vero – che anche i tedeschi dimostrano una certa passione per l’occulto. Un’analisi del rapporto tra difficoltà economiche degli italiani e ricorso a consulenze paranormali è stata fatta da Mario Centorrino, ordinario di Politica economica all’Università di Messina ed ex consulente esterno del ministero dell’Interno sui rapporti tra economia e criminalità organizzata, su lavoce.info.

Attraverso una ricognizione veloce di alcuni materiali e studi, Centorrino formula delle osservazioni interessanti. Innanzitutto va detto che nei primi sei mesi del 2013, il fatturato (presunto) dell’occulto (inteso come il settore nel quale lavorano maghi, cartomanti, fattucchieri, cui vanno aggiunti spiritisti, sensitivi, rabdomanti) è aumentato del 18,5 per cento, passando da 7,5 miliardi a 8,3 miliardi. Un numero considerevole di operatori dell’occulto – 160 mila – fornisce 30 mila prestazioni giornaliere a quei 4 italiani su 10 che confidano nelle previsioni di chiaroveggenti, spendendo per una “consulenza” un importo variabile tra 50 e mille euro. Le donne li interrogano per conoscere il futuro in relazione alla vita affettiva, sentimentale e alla salute. Gli uomini concentrano la loro domanda su lavoro e denaro. “L’emergere del lavoro come argomento sul quale ottenere conferma o smentita di aspettative è ribadito da un’altra ricerca sul tema, quella condotta dal Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale (Cicap)”, afferma Centorrino. Al cartomante o mago si chiedono previsioni sul lavoro, cercando di esorcizzare così l’incubo di perderlo o di non trovarlo per sé ma anche per i figli. Poi, a seguire, le domande cercano rassicurazioni su affari in corso, salute, amore perso o trovato. Non solo: “Si intensificano i contatti tra i maghi e gli indovini e i professionisti della finanza, i top manager e gli imprenditori, finalizzati a conoscere sviluppi e tempi della crisi”.

Uno studio del Codacons, inoltre, stima che siano 13 milioni i cittadini che si rivolgono al mondo dell’occulto, un milione in più rispetto al 2011 e oltre 3 milioni in più rispetto al 2001. Fatturato totalmente in nero, stimato in questa ricerca, in 6,3 miliardi di euro, sulla base di una spesa media pari a 500 euro. Le modalità di pagamento delle prestazioni esoteriche variano molto: ora sono effettuate anche in natura (generi alimentari, gioielli); oppure ricorrendo a prestiti, con relativa rateizzazione del saldo, concessi a volte da organizzazioni specializzate in operazioni di usura. Qualche anno addietro si era cimentato sui calcoli dell’economia dell’occulto anche l’Osservatorio antropologico: per il 2009 ne stimava il fatturato in 5 milioni di euro, con un’evasione pari al 95 per cento. “La differenza tra i numeri di cinque anni fa e quelli attuali potrebbe essere un’ulteriore dimostrazione del rapporto tra crisi e ricavi dell’occulto, un’attività che ha costi di produzione minimi”, rileva l’analisi. I clienti si concentrerebbero soprattutto nel Nord (42%) e al Centro (27%).

Crisi, ma non solo. “Non sempre l’espansione dell’occulto richiede una crisi dell’economia, come ci insegna del resto la storia degli astrologi di corte nell’opulenta età rinascimentale”, sottolinea tuttavia Centorrino. E l’obiezione nasce dall’osservazione del “caso Germania”. Infatti, se i dati sembrano confermare una relazione tra crisi ed economia dell’occulto, è dal paese germanico – che non ha risentito come altri degli effetti della crisi – che arrivano i numeri che scompaginano la tesi. Infatti, nel 2002 il giro di affari legato all’occulto veniva stimato nella Repubblica federale tedesca in 9 milioni di euro. Dieci anni dopo era più che raddoppiato (20 miliardi) e una proiezione al 2020 indica una cifra pari a 35 miliardi. “Tutto da rifare – si chiede l’autore dell’analisi – ? Chi vorrà esercitarsi sull’economia dell’occulto dovrà ben delimitare il suo campo di studio. Nell’ultima ricerca citata, per esempio, vi si fanno rientrare anche terapie alternative, pratiche e dottrine spirituali, antroposofia e teosofia”. Insomma, i tedeschi sono alla ricerca di qualcosa di più. (daiac)

>  www.redattoresociale.it

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2014 in La grande Crisi

 

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Psicologia del regalo: la grande differenza tra regalare e donare

soldi1Regalare e donare non sono sinonimi. Regalare, evoca l’idea della “regalità”, del tributo a chi merita un riconoscimento in quanto “regale”, dell’atto volto a riconoscere un merito o a compensare un debito verso qualcuno nei confronti del quale si debba manifestare riconoscenza. Così, per molti, non solo a Natale, il regalo rappresenta una sorta di dazio oggettuale da offrire così, perché si deve, a chi, tra familiari, amici e conoscenti, é reputato meritorio quasi per diritto naturale. Non é difficile accumulare sotto l’albero pacchetti di ogni sorta che, infatti, chiamiamo regali senza alcuna emozione, a parte il sollievo di una fastidiosa incombenza finalmente risolta. Dunque, sempre di più in tempi di crisi economica il regalo é il mero oggetto, la compera qualunque, magari la cosa che costa meno o l’ammennicolo vistosamente riciclato, tanto per onorare una relazione di poco conto, barcollante e al limite del formale. Oppure, con spirito di sacrificio, si regalano cose di lusso perfettamente anonime nell’intento vago e trafelato di colmare, almeno il giorno di Natale, i vuoti e le lacune affettive di una quotidianità distratta.

Donare é un’altra cosa. Donare viene da dare, dare nel senso più pieno e profondo: significa offrire in pegno qualcosa che testimonia amore e farlo in modo incondizionato, senza sentire di dovere nulla all’altro e senza nulla pretendere dall’altro. Il dono, a differenza del regalo, è un omaggio ai sentimenti, e non alla persona. È un dire attraverso un oggetto: “Io ti amo. Ti amo perché sei tu, e non perché è Natale, perché é il tuo compleanno, perché sei mio zio o perché, e che palle, passiamo la vigilia in famiglia”…Il dono sarà sempre più importante e più significativo dell’oggetto, indipendentemente dal suo valore economico, mentre il regalo resta spesso misero o anonimo, anche quando è molto costoso.

L’immensa differenza tra dono e regalo. Il regalo è quantitativo, il dono é qualitativo. Nell’ottica del regalo, bisogna comprare qualcosa, una cosa qualunque, magari appena decente, tanto per non fare brutta figura. L’obbligo percepito di spendere del denaro per quella o per quell’altra persona prelude alla pratica del riciclo, vituperata ma assurta da troppi a vera e propria olimpiade invernale.  Chi fa semplicemente regali, soffre, osserva con contrizione contabile ogni scontrino sputato dalla cassa e indugia nei negozi di quisquilie oppresso da un senso del dovere di livello ecumenico. Invece, chi dona sceglie l’oggetto come simbolo, con l’intenzione di trasmettere amicizia, stima e amore, come se queste ricchezze sapessero trasfondersi nel dono. Chi dà in modo incondizionato si impegna con le proprie risorse nella ricerca di ciò che saprà esprimere, senza troppe parole e nel modo più autentico, l’affetto che nutre per chi scarterà il pacchetto sotto l’albero.

Un Natale senza crisi. Molti possono regalare oggetti costosi ma vuoti di senso e, ancor più, chiunque può distribuire paccottiglie infiocchettate con quella foga natalizia lievemente ansiosa che tradisce la superficialità del messaggio appiccicato al pacchetto: “Tho! E buon Natale!”. Pochi, invece, sanno realmente donare, ovvero riescono a spezzare la logica dominante del regalo e a scegliere consapevolmente di inviare precisi messaggi di relazione attraverso gli oggetti donati: “Sei importante per me”, “Ti voglio bene”, “Ti amo”. La crisi economica non c’entra, perché il dono può essere una lettera scritta a mano, un dolce fatto in casa, la fotografia di un momento emozionante, una poesia, una canzone, un disegno. Al di là dell’esborso, una stessa cosa assume un grande valore se é donata, ma rimane un mero oggetto se é semplicemente regalata.

Con questa consapevolezza é facile capire che il disagio economico che da anni si aggrava sotto Natale può limitare soltanto la nostra capacità di pagare pegno al rituale dei regali ma non può compromettere la nostra capacità di donare a chi amiamo un simbolo di gioia e di profonda speranza d’amore.

>  Enrico Maria Secci, psicoterapeuta – http://www.tiscali.it

 

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Baby squillo? Per il 15% anche nella propria scuola

ROMA – Baby squillo? Può essere la ragazza del banco accanto. Almeno a guardare i risultati di un sondaggio realizzato dal portale specializzato Skuola.net sulla scia delle notizie di cronaca degli ultimi giorni, dalle quali stanno emergendo storie di prostituzione minorile.

Dei 3mila ragazzi di medie e superiori che hanno partecipato all’indagine, il 15% denuncia casi di baby squillo nel suo istituto. Di questi, circa il 30% ha addirittura avuto rapporti sessuali con loro. Va così da sé che, secondo gli intervistati, i media non stanno ingigantendo il fenomeno: per circa 1 studente su 4, le studentesse che si prostituiscono a scuola sono davvero così tante come dicono tv, giornali e web.

Sono oltre 500 gli studenti che hanno confessato al portale Skuola.net di avere baby squillo nella propria scuola. Addirittura il 60% di questi ultimi afferma che non si tratta di casi isolati e che ci sia più di una studentessa a vendere il suo corpo in cambio di soldi, ricariche e abbigliamento. Il 46% degli intervistati invece non si pronuncia sul fenomeno: nel suo istituto non esiste, e se esiste lui non ne è a conoscenza. Mentre il 40% circa del campione afferma con certezza che nella propria scuola queste cose non accadono.

Sicuramente deve destare attenzione che di quel 15% di studenti che sa delle baby squillo fra i banchi della sua scuola, il 30% dichiara di aver avuto rapporti sessuali con loro, così divisi: il 25% più di una volta, mentre il 5% solamente una. Il fenomeno non scandalizza i ragazzi, tanto che a essi si aggiunge un ulteriore 10% che, pur non avendo mai avuto nessun rapporto sessuale con una baby squillo della propria scuola, proverebbe con piacere.

In merito all’attenzione dei media sul fenomeno, poco meno della metà degli studenti non sa esprimersi. La restante metà invece si divide in egual maniera tra chi pensa che i media stiano trattando correttamente la questione date le proporzioni del fenomeno e chi invece ritiene che si stia esagerando.

>  www.lasiciliaweb.it

 

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