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Ripartiamo dalla scuola

24 Mag

Dal 5 marzo ad oggi, tutti i maestri e le maestre, gli insegnanti e le insegnanti sono stati catapultati, volenti o nolenti, in quella che è stata chiamata, forse a ragione, Didattica a Distanza, senza una adeguata riflessione pedagogica in merito alle opportunità e ai rischi di quello che sarebbe potuto essere un nuovo processo di insegnamento e di apprendimento.

Ogni educatore sa perfettamente che nella didattica, determinante in modo esclusivo è e rimarrà sempre il fattore umano, capace di orientare verso il bene o il male qualunque fenomeno. È infatti tanto inefficace la lezione frontale nozionista e densa di parole tesa ad una dinamica didattica esclusivamente trasmissiva dove le uniche fonti di apprendimento sono il docente e il libro di testo unico, quanto il lassismo tecnologico del “lasciamo che i ragazzi apprendano da Internet”, in balia del miliardo di fonti. L’uno e l’altro manifestano una radice comune, che consiste nel disimpegno educativo, che può agire in ogni pratica, dai rigori delle lezioni verbose a lavori di gruppo sterili e annacquati, nascondendosi sia nelle pratiche di insegnamento che in imprudenti deleghe al protagonismo dello studente.

Da parecchio tempo il mondo della scuola è agitato dal crescente dibattito intorno al rapporto tra tecnologia e educazione. Oggi però la pandemia ha di colpo annullato ogni possibilità di confronto e schiacciato ogni insegnante ed educatore di fronte un monitor. Eppure, proprio in questa emergenza, occorre avere il coraggio di tornare a costruire un pensiero non necessariamente nuovo, ma un pensiero sulla scuola e tentare di ripartire proprio dalla scuola sapendo che nessun cambiamento è possibile senza quello che è sempre stato il cuore della nostra civiltà: il senso critico. Questo significa ripartire dalla scuola. Mai come in questo tempo di monitor e distanze, una formazione del senso critico è urgente. Oggi, di fronte ad una riflessione di questa portata, è evidente il rischio delle fazioni, e dei conseguenti riduzionismi: c’è chi, avanguardista ad oltranza, è tentato di utilizzare la tecnologia per denunciare l’inadeguatezza della scuola e al contrario chi, conservatore, denuncia solo i rischi della tecnologia, manifestando preoccupazione circa l’impoverimento della cultura, assediata dalla pervasività delle informazioni e dalla deriva del “copia ed incolla”, desideroso di tornare in classe non tanto per rincontrare i propri studenti ma per ritornare a ciò che era prima.

È probabilmente ancora impossibile fare un bilancio di un fenomeno che, ad essere onesti, è appena cominciato, anche se in modo traumatico. Anzi, proprio perché la maggior parte degli istituti (non tutti, grazie ad alcuni dirigenti illuminati) si è cimentata in questa dinamica didattica costretta dalla pandemia, i pochi tentativi di costruire un quadro valutativo si scontrano con evidenti difficoltà di metodo, rischiando di essere guidati più dalle convinzioni del valutatore che da sicure evidenze scientifiche. Ragionando in modo serio e non ideologico, sembra emergere una natura ambivalente del dato tecnologico, che in taluni casi produce rassicuranti miglioramenti negli apprendimenti degli studenti, in altri invece pericolose regressioni.

Ciò che invece preoccupa, e non poco, è il “digital divide”” che in questo tempo, porta con sé il non riconoscimento del Diritto allo Studio. Solo con la “presenza” e la ricerca di ogni mezzo per assicurare “prossimità” si può superare questa esclusione. La tecnologia non è un approccio didattico, né comporta necessariamente una trasformazione della relazione educativa. La tecnologia esiste, e basta. Essa è una “cosa”, o se vogliamo un fenomeno, resistente ad ogni trionfalismo come anche alle negazioni difensive. Così come esiste la carta, la stampa o la voce umana esistono anche il computer e il tablet, oggetti, non soggetti che sussistono nello spazio educativo. Dunque alla domanda: la tecnologia migliora gli apprendimenti? la risposta probabilmente è disarmante: non lo sappiamo. La tecnologia esclude e genera nuove povertà? Dipende da come essa viene usata e condivisa. È bene anche esplicitare con chiarezza che la maturità che occorre per portare la tecnologia ad essere uno strumento e non un fine deve essere non solo un fatto scolastico ma un fatto di tutti, di chi si occupa di comunicazione, delle famiglie, della pubblicità, degli amministratori e dei governanti. Non è probabilmente eccessivo affermare che per cinque secoli nulla ha modificato il paradigma educativo scolastico, sino all’avvento di internet e all’invenzione dei nuovi media (soprattutto smartphone e tablet). La tecnologia sta forse nuovamente provocando un cambiamento di paradigma, probabilmente molto più dirompente, e dunque drammaticamente incerto negli esiti, quanto quello provocato dalla stampa.

Basta una considerazione di Umberto Eco per allarmarsi, sia se si condivide sia che non lo si faccia: «i nuovi strumenti agiranno nel contesto di una umanità profondamente modificata, sia dalle cause che hanno provocato l’apparire di quegli strumenti che dall’uso degli strumenti stessi». Io non ritengo condivisibile la visione tendenzialmente pessimista, quasi determinista, che associa l’avvento delle nuove tecnologie ad un impoverimento del profilo medio, per così dire statistico, del giovane studente, ma non si può non sottolineare la dimensione paradigmatica del cambiamento in atto. Gli studenti di oggi, aggrovigliati nella rete con ogni tipo di device, sono profondamente diversi dagli studenti di ieri, e così anche dei loro insegnanti. Né migliori né peggiori, semplicemente diversi. Se si è di fronte ad un cambiamento di paradigma, è necessario allora non semplicemente inserire le tecnologie dentro il modello attuale, ma trasformare il modello stesso. Inserire il tablet dentro la classe tradizionale o cercare una modalità frontale e trasmissiva davanti ad un monitor potrebbe essere un’operazione non solo inutile, ma persino pericolosa.

Le tecnologie possono essere efficaci a patto di essere considerate come integrative, e non sostitutive, dell’intervento intenzionale dell’insegnante, consentendo allo studente di sperimentare una molteplicità di situazioni di apprendimento. Il ruolo dell’insegnante, piuttosto che essere diminuito, si trasforma, si arricchisce e per certi versi si complica: egli progetta il tempo scolastico secondo una varietà di situazioni e di stimoli, impartendo lezioni, elaborando mandati di lavoro, indicando risorse per l’apprendimento e fornendo ai propri allievi continui feedback sul loro processo di apprendimento (oltre che sui relativi esiti). È evidente che tutto questo ragionamento è possibile solo con un “ritorno alla scuola” che è fondamentalmente relazione educativa tra l’insegnante e lo studente e tra pari, studenti e studenti, insegnanti e insegnanti.

Un “ritorno” che dovrà prevedere il non facile impegno del ripensamento della relazione educativa, allo scopo di studiare entro quale scenario e a quali condizioni/limitazioni, il cambiamento in atto potrà andare a vantaggio dell’educazione di questa e delle prossime generazioni. Niente di più che pensare a ciò che facciamo.

> Gianmarco Proietti, Assessore al Bilancio, Finanze, Tributi e Pubblica Istruzione del Comune di Latina | http://www.vita.it/

 
 

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