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Cambiano i colori della natura, ma è colpa del clima più caldo

13 Lug

Oceani color zaffiro. Neve alpina che dal bianco sfuma al beige, venato di corallo. Laghi un tempo color smeraldo e blu, oggi degradano verso un verde oliva misto a terra di Siena bruciata, tendente al marrone e a volte al colore rosso sangue. Lo stesso color vermiglio della pioggia che recentemente ha inondato la Scozia. E città sempre più grigie, non solo a causa delle cappe di smog: colpa delle sfumature del cemento, il secondo elemento più usato sulla Terra dopo l’acqua. I colori naturali del mondo stanno sfumando in nuove cromie e l’uomo ne è responsabile. Perché il cambiamento climatico si traduce in un cambiamento cromatico del nostro habitat naturale.

Non è storia contemporanea, ma cronaca recente: i segnali sono ormai molti e diffusi a livello globale, su elementi naturali diversissimi. Succede adesso, anche a casa nostra: il 18 aprile scorso i ricercatori del dipartimento di Scienze dell’ambiente e della terra dell’Università di Milano-Bicocca hanno annunciato che la neve delle Alpi fonde più velocemente, a causa delle polveri del Sahara. Ogni anno, il deserto africano immette nell’atmosfera circa 700 milioni di tonnellate di polveri che raggiungono diverse latitudini: quando queste si depositano su aree coperte dal ghiaccio, «la neve resa ‘rossa’ dalle deposizioni di polveri assorbe più luce e fonde più velocemente», scrivono i ricercatori. Ma la neve alpina arrossata è solo la punta dell’iceberg dei colori naturali che cambiano sfumature ai nostri occhi, anno dopo anno. Durante quest’ultima Pasqua, la Scozia è stata inondata da quella che è stata definita come ‘blood rain’, pioggia di sangue: anche in questo caso, responsabili sono le sabbie del Sahara che a causa del caldo record registrato in quelle zone e della conseguente alta pressione, si sono mischiate all’acqua piovana, colorando strade, case e auto di un rosso scuro.

Segni delle ferite inferte al nostro ecosistema, che quando è contaminato dall’opera (e dagli scarti) dell’uomo spesso reagisce esattamente come può capitare a qualsiasi essere malato: cambia la tonalità del colore della pelle. Così dopo i ‘giganti bianchi’, le montagne più alte d’Europa, tocca una trasformazione cromatica anche ai loro immensi fratelli che bagnano la terra: a febbraio scorso, gli scienziati americani del Massachusetts Institute of Technology hanno annunciato che sicuramente entro il 2100 almeno la metà degli oceani avrà cambiato colore. La causa sta nel riscaldamento delle acque che entro 80 anni, se non ancora prima, saranno ancora più blu. Il motivo è che il fitoplancton, importantissimo per la vita marina e presente nelle acque fredde, sarà sempre più scarso a causa del surriscalda- mento globale: così gli oceani avranno un colore più scuro, un blu intenso sempre più simile allo zaffiro. E nella profondità del mare australiano la Grande barriera corallina, la più grande estensione del genere al mondo, è in severo declino: lo sbiancamento dei coralli è il segno della sofferenza dell’area, dove un mese fa uno studio ha rivelato che la creazione di nuovi coralli è declinata dell’89%. Una semplice equazione, che non vale solo sott’acqua: improvvise colorazioni innaturali significano meno vita.

In superficie i grandi specchi d’acqua dolce sul pianeta, i laghi, in genere colorati tra il ceruleo e il blu di Prussia, sfumano verso cromie più scure. Negli Stati Uniti, secondo uno studio scientifico diffuso dalla stampa ad agosto scorso, la proporzione di ‘laghi blu’ è passata dal 46 al 28% tra il 2007 e il 2012: nello stesso periodo la porzione di laghi di una sfumatura cangiante tra verde e marrone è cresciuta dal 24 al 35%. Visto il trend, è facile presumere che negli ultimi 7 anni lo stesso fenomeno si sia intensificato. I motivi del cambio cromatico lacustre sono soprattutto gli scarichi abusivi di rifiuti e liquami, la siccità e l’innalzamento delle temperature: fenomeni che dal 2012 ad oggi non si sono certo attenuati. E che ci riguardano da vicino: negli ultimi anni i principali specchi lacustri del Belpaese hanno vissuto lunghi periodi di crisi di approvvigionamento idrico. Il lago di Garda, di Como, di Iseo, il lago Maggiore, l’invaso di Mignano, il lago di Massaciuccoli, il lago di Albano. E poi c’è la sofferenza del Lago di Bracciano (oggi parzialmente rientrata) che nel 2017 aveva paventato un problema di approvvigionamento idrico per la Capitale. È un circolo vizioso che riguarda tutti i laghi in sofferenza, in Italia e nel mondo: si ‘ruba’ l’acqua per usi diversissimi, le piogge in diminuzione non compensano i bacini, la siccità li prosciuga ulteriormente. E come se non bastasse i laghi vengono usati come discariche. Il risultato di tutti questi fattori è che le acque cambiano colore a causa delle alghe e dei batteri che le infestano: com’è avvenuto al Lago Salton, il più grande della California. E soprattutto al lago di Urmia in Iran: tra aprile e luglio del 2018, è passato da un verde smeraldo a un rosso bordeaux.

Le sfumature della natura circostante ci segnalano il grado di contaminazione dei nostri ecosistemi dovuto all’antropizzazione insostenibile. Perché il mondo cambia colore da sempre grazie all’uomo, ma da almeno due secoli (a causa dei primi effetti della Rivoluzione Industriale), le nuove cromie sono scure come il petrolio, grigie come l’asfalto, rosse o brune come alcune tipologie infestanti di alghe lacustri. Siamo così abituati a tramutare i colori della natura per asservirla ai nostri usi: un processo in atto in modo sempre più intensivo, così quotidiano nell’abitudine al color grigio dell’asfalto che dal 1854, quando fu costruita in Europa la via Bergere, prima strada creata con questa miscela ardesiana scura di bitume e materiali inerti, sostituisce il verde prato e il marrone scuro della terra. Oggi si produce così tanto cemento al mondo che in un solo anno, complessivamente, la quantità generata potrebbe ricoprire ogni angolo dell’intera Inghilterra.

Come si fa a reagire? Cambiando i colori del progresso, passando ad esempio per quanto riguarda il cemento dal grigio al bianco. A Los Angeles hanno infatti inventato un cemento candido: composto da aggregati rocciosi riciclati, consente di mantenere la temperatura dell’asfalto più bassa, diminuendola addirittura di 10 gradi. E contribuisce a migliorare il clima dell’intera città. Oppure preservando i colori originali della natura: in Perù, il biologo Enoc Jara e il suo team estraggono le alghe verdi del Lago Junin (il più grande del Paese dopo il Lago Titicaca) per rinforzarle con nutrienti ed ossigeno e quindi riadagiarle nello specchio lacustre. Così, le alghe resistono alla contaminazione causata dagli scarichi dell’industria mineraria dell’oro e purificano le acque: donando nuovamente al lago il suo colore originario.

Il segreto è in questo riflesso: il colore degli elementi naturali è il termometro del nostro rispetto per l’ambiente. E del nostro benessere psicofisico: basti pensare alle applicazioni della cromoterapia e all’uso dei colori come metodo curativo, utilizzato in India, Cina ed Egitto da millenni. Insomma, quanto contano emotivamente nella vostra vita i colori degli elementi naturali che vi circondano ogni giorno? Una domanda da tenere a mente per chi prova quotidianamente a lottare contro gli effetti del cambio climatico, che oggi inquinano le cromie della natura che ci circonda. Anche perché, come ricordava Winston Churchill: «Ci sono tre grandi cose al mondo: gli oceani, le montagne e una persona impegnata».

> Gianluca Schinaia | 7 giugno 2019 | https://www.avvenire.it/

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