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Diversamente abile: quando la terminologia è in antitesi col significato

03 Dic

Partire dal concetto di disabilità utilizzando un linguaggio condiviso, analizzare e ottimizzare il contesto eliminando le barriere, migliorare le performance di ciascuno, dovrebbe essere non solo l’obbiettivo degli addetti ai lavori ma uno stile di vita atto a favorire un miglior processo d’inclusione.

La storia ci insegna che nel tempo l’uomo si è evoluto su più fronti, ha modificato il suo stile di vita, ha cambiato continuamente il modo di vestirsi, i colori utilizzati, il modo di esprimersi, l’approccio con la tecnologia, la stessa tecnologia ha fatto passi da gigante e così potremmo continuare per un bel po’, anche al soggetto che oggi definiamo “diversamente abile” gli sono state attribuite negli anni etichette diverse ma il concetto si è modificato allo stesso modo? Sicuramente cambiare la terminologia è semplice e spesso anche piacevole (attribuisce l’etichetta di “portatore sano di scienza infusa”) , ma cambiare il significato e di conseguenza il contenuto, cambiare il linguaggio e la struttura del discorso descrivendone il contesto e classificandone la situazione, sono processi che richiedono un grosso impegno ma sono propedeutici al cambiamento della cultura dell’inclusione

Era il 1980 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità classificò, a livello internazionale, le menomazioni, le disabilità e l’handicap; fu una tappa epocale anche perchè da quel momento furono messi da parte quei termini che erano stati in voga fino a quel momento come gobbi o ritardati.

Fu questa un’innovazione così grande che solo dopo 12 anni, nel 1992, ebbe un riscontro anche in Italia, anno in cui fu approvato un riferimento legislativo, la legge 104, a tutela del diversamente abile e di chi gli è accanto; in questo testo di legge, ancora oggi in vigore, viene definito il diversamente abile come persona handicappata, termine che nell’utilizzo comune si è modificato negli anni diventando portatore d’handicap, soggetto in situazione d’handicap e in ultimo persona certificata (quest’ultima una definizione veramente molto cool)

Con la terminologia siamo arrivati quasi ai giorni nostri, ma il concetto si è evoluto allo stesso modo oppure è rimasto ancorato al 1980? Questa classificazione messa a punto dall’OMS nel 1980 dopo i primi 10 anni è andata incontro a importanti critiche:

  • Fare riferimento a menomazione, disabilità ed handicap senza fare alcun riferimento alle potenzialità ha un’accezione assolutamente negativa; come è possibile descrivere un soggetto solo negativamente senza considerarne le “abilità”?

  • Questa classificazione non fa alcun riferimento al contesto in cui è inserito il diversamente abile

  • Fa una separazione inoltre tra disabili e normodotati, elemento questo in aperta contraddizione col concetto d’inserimento, e siamo negli anni 70/80, integrazione, negli anni 90 e inclusione, nel 2000

  • L’ultima grossa criticità è causata dalla sequenzialità del sistema di classificazione, è necessario avere una menomazione per avere una disabilità e di conseguenza è necessario avere una disabilità per avere un handicap. Vedremo come è assolutamente possibile vivere una situazione d’handicap senza avere ne menomazione ne disabilità.

Occorre a questo punto (e siamo negli anni ’90) cambiare radicalmente il concetto di disabilità; questo avviene ad opera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità cercando di valorizzare le potenzialità e le funzionalità del soggetto, mettendo da parte la negatività intrinseca che malattia,menomazione, disabilità ed handicap hanno avuto fino a quel momento, ma questo cambiamento avviene soprattutto prendendo in considerazione un fattore fino ad allora sconosciuto: il contesto. Da questo momento in poi definiremo disabilità come il risultato dell’interazione negativa tra le condizioni di salute e un contesto sfavorevole

A questo punto è chiaro che nel “calderone” dei disabili non rientrano solo i soggetti “certificati”, cioè coloro che seguivano quel percorso sequenziale a cui facevamo riferimento – menomazione ? disabilità ? Handicap – ma rientrano tutti quei soggetti che si ritrovano a vivere una fase più o meno lunga della vita in cui il contesto non risulta adeguato al proprio stato di salute.

Da qui scaturisce la dinamicità del concetto, non potrà essere analizzata oggi la situazione con la certezza che rimanga la stessa anche domani perché questa si modificherà, com’è giusto che sia richiedendo, eventualmente, un approccio diverso.

Si evince anche, e questo dovrebbe far riflettere, che il contesto sfavorevole non riguarda solo chi ha un problema di salute ma riguarda tutti; un bambino diversamente abile che è in grado di andare in bicicletta potrà partecipare ad una passeggiata in città quando tanti suoi coetanei potrebbero aver bisogno delle rotelle: in questo caso chi affronta un contesto sfavorevole? E soprattutto qual è il compito di chi si relaziona con un diversamente abile?

> http://www.bellouguale.it/

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2018 in Disabilità

 

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