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“Il bimbo non vuole andare a scuola”, manuale di sopravvivenza per genitori

05 Set

È l’ora di uscire di casa, si sta facendo tardi. E proprio in quel momento scoppia il dramma: “Mamma non voglio andare a scuola!”. Quasi tutti i genitori si sono ritrovati davanti a bambini recalcitranti o piangenti, soprattutto in periodi come questo, quando le lunghe vacanze sono finite, quando si sta per cominciare un nuovo ciclo scolastico o si è cambiato istituto. In una certa misura questi comportamenti si possono e devono tollerare e rientrano nella voce capricci, ma se ripetuti e accompagnati da segnali specifici possono nascondere problemi più profondi ed è bene intervenire prontamente.

Le cause | “I più piccolini, all’asilo e alla materna, possono soffrire di ansia da separazione – ci spiega il professor Emilio Franzoni, presidente della Società Italiana Neurologia Pediatrica –. E poi bisogna tenere conto dell’emotività del bambino, c’è chi si abitua alla scuola in pochi giorni, ad altri servono mesi. Bisogna seguire i loro tempi. Per i più grandicelli, dalle elementari in poi, possono intervenire l’ansia e la paura del nuovo. Nuovi insegnanti, nuovi compagni. Persino un nuovo edificio, perché non famigliare, non rassicurante, può creare disagio. Questi comportamenti si affievoliscono con il passare del tempo, quando il bambino si ambienta”.

Un’altra causa comune è la mancanza di autostima: “Il soggetto si sente incapace di affrontare quel tipo di scuola, magari perché scelto da mamma e papà che ci tenevano particolarmente – prosegue l’esperto – E una delle ragioni è quanto mai ovvia: a casa si sta bene, si sta meglio. Ci si sente coccolati e al centro dell’attenzione, a scuola si è uno dei tanti”.

Bullismo | È questa la principale causa del rifiuto scolare: “L’alta percentuale di abbandono scolastico che abbiamo in Italia è motivata dalla difficoltà di inserimento – fa notare Franzoni – Dieci anni fa, per esempio, non avremmo mai pensato al bullismo se un figlio ci avesse detto che non voleva andare a scuola. Ma oggi è la prima cosa che indaghiamo”.

I segnali di allarme | Se il rifiuto di frequentare è sporadico e si presenta soprattutto all’inizio dell’anno scolastico e poi si affievolisce, solitamente non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ma bisogna tenere d’occhio l’insorgenza di altri disturbi: “Ci sono segnali allarmanti di cui i genitori devono tenere conto – mette in guardia Franzoni -. Per esempio la comparsa di cefalea: è la patologia più frequente di chi si sente bullizzato. Spesso gli insegnanti non se ne accorgono o minimizzano, quindi sta al genitore intervenire. Altri disturbi, come il mal di pancia, se ricorrenti e se, dopo un controllo medico non sono supportati da un problema organico, vanno classificati come problemi psicologici. Possono anche comparire tic o balbuzie. Oppure disturbi del sonno. In tutti questi casi è necessario intervenire, parlare con gli insegnanti, rivolgersi a un medico”.

Che cosa fare | Non allarmarsi al primo cenno di rifiuto ma vigilare. “La cosa più importante è dare fiducia ai bambini, non assillarli con i compiti, lasciare loro autonomia. Per esempio, non farli dormire nel lettone fino a tarda età – raccomanda il neuropsichiatra –. In generale cercare sempre di rinforzare gli aspetti positivi della scuola e metterli in primo piano rispetto agli aspetti negativi di cui, però, è sempre bene parlare”.
Per constatare se il bambino ha problemi di autostima Franzoni suggerisce un semplice test: “Chiedetegli di disegnare una casa (o una cosa più complessa, a seconda dell’età). Se vi risponderà, ancora prima di provare, che non ne è capace, significa che non si sente in grado di affrontare le difficoltà”.

La tecnologia | Mai lasciare la tv o il tablet in camera da letto, ammonisce l’esperto. “I nostri figli vivono una solitudine legata alla tecnologia e agli schermi. Non possiamo farci molto, se non mitigarne gli effetti. Non metteteli davanti allo smartphone come se fosse una babysitter. Ci sono bambini che rimarrebbero davanti a Youtube tutto il giorno e la scuola è il loro ultimo pensiero. A volte hanno difficoltà a fare i compiti perché questi non danno soddisfazioni come un videogioco”.

> Deborah Ameri | http://www.repubblica.it

 
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Pubblicato da su 5 settembre 2018 in Infanzia e Adolescenza

 

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