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7 anni di guerra in Siria. Il conflitto più disumano raccontato per cifre

20 Mar

Il 15 marzo 2018 ha segnato il settimo anniversario dall’inizio della guerra in Siria. Un conflitto che sembrava terminato alla fine del 2017, quando le forze in campo sembravano giunte ad un accordo per l’avvio di un processo di pace. Si sapeva che i combattimenti non si sarebbero arrestati nelle zone ancora controllate dagli jihadisti dello Stato Islamico. Ed era nota la volontà della Turchia di Recep Tayyip Erdogan di evitare ad ogni costo che i curdi dell’Ygt potessero impadronirsi di un territorio nel nord della Siria. Ciò nonostante, la fine di una guerra devastante sembrava a portata di mano.

Sembrava, perché le cronache in arrivo dalla nazione governata da Bashar al-Assad continuano a raccontare la colossale tragedia che la popolazione è costretta a vivere. Della guerra in Siria abbiamo visto gli ospedali bombardati, il sospetto utilizzo di armi chimiche, assedi infiniti e mortiferi come quello di Aleppo. E le migliaia e migliaia di migranti costretti a tentare la fuga via mare, nel Mediterraneo, o via terra, seguendo la rotta dei Balcani. Per comprendere cosa stia accadendo in questa porzione di mondo, allora, più che nuove immagini o filmati, a parlare possono essere i numeri.

Più di 353mila morti, tra i quali 110mila civili e quasi 20mila bambini | Secondo le cifre riferite dall’Osservatorio siriano per i Diritti dell’uomo (Osdh), la cui sede è a Londra, i morti accertati dall’inizio del conflitto sono 353.935. Poco meno di un terzo sono civili: 106.390, di cui 19.811 bambini e 12.513 donne; 110mila sono le persone che hanno perso la vita nelle fila dell’esercito e delle altre milizie fedeli ad Assad. A perdere la vita sono stati poi 63mila jihadisti e 62mila ribelli.

Secondo l’Unicef, il numero di bambini morti in Siria è risultato in aumento del 50 per cento, nel 2017, rispetto all’anno precedente. E 3,3 milioni di minorenni sono in pericolo in tutto il paese a causa della presenza di ordigni. Decine di scuole risultano poi bombardate e la situazione potrebbe diventare ancora più pesante nel Ghouta orientale, enclave ribelle oggetto di una vasta operazione militare del governo di Damasco.

Quest’ultimo è stato accusato dall’associazione Amnesty International, nel 2017, di aver adottato pratiche “di sterminio”, citando in particolare i prigionieri (fino a 13mila) che sarebbero stati impiccati nel carcere di Saydnaya tra il 2011 e il 2015. Secondo l’Osdh, inoltre, almeno 60mila persone sarebbero morte a causa delle torture subite o per via di condizioni di detenzione disumane.

11,7 milioni di persone in fuga all’interno e al di fuori della Siria | La guerra in Siria ha poi provocato circa 6,1 milioni di profughi all’interno dello stesso paese, mentre 5,6 milioni si sono rifugiati nelle nazioni vicine, in particolare Libano, Giordania, Iraq e Turchia, secondo i dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Senza dimenticare le migliaia di siriani che sono riuscite a raggiungere l’Europa.

La stessa agenzia Onu ha sottolineato che tra coloro che sono rimasti in patria, “circa il 69 per cento lotta per la sopravvivenza in condizioni di indigenza estrema. Il 90 per cento della popolazione spende inoltre più della metà dei propri redditi per nutrirsi e i prezzi delle derrate alimentari sono in media otto volte più alti di prima della guerra. Circa 5,6 milioni di persone, inoltre, vivono in condizioni di scarsa sicurezza o in contesti in cui i diritti umani non sono garantiti”.

Persi 226 miliardi di dollari, disoccupazione al 78%, distrutta la metà degli edifici sanitari e scolastici | Assieme al bilancio umano, devastante, c’è poi quello economico e sociale, altrettanto disastroso. In un rapporto del luglio 2017, la Banca mondiale ha stimato il costo delle perdite dovute alla guerra a 226 miliardi di dollari (183 miliardi di euro). L’equivalente del prodotto interno lordo di una nazione ricca come la Finlandia, e quattro volte il valore del pil della stessa Siria prima del conflitto.

Le perdite in termini di posti di lavoro, sempre secondo la World Bank, sono stimabili in circa 538mila unità: di conseguenza, il tasso di disoccupazione è cresciuto al 78 per cento. Inoltre, il 27 per cento degli immobili della nazione risulta ormai distrutto. La quota, nel caso dei centri sanitari (ospedali e altri presidi) e degli edifici scolastici, sale al 50 per cento. Un paese raso al suolo, in tutti i sensi.

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