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Figli incollati allo smartphone? Ecco come cambia il cervello

12 Gen

smartphQualche tempo fa è circolata una notizia di un padre, esasperato dal figlio 23enne sempre immerso in videogiochi online (anzi un vero genio: il suo avatar è praticamente imbattibile) che decide di uccidere digitalmente il figlio e assolda dei tecnokiller che avrebbero dovuto assassinare l’avatar del figlio. Ma il ragazzo, purtroppo per il padre, batte i killer e li costringe a confessare. La notizia compare sui giornali di tutto il mondo e ci strappa un qualche sorriso amaro: quanti genitori vivono uno stato di confusione e di disorientamento e non sanno proprio come regolarsi di fronte ai figli “nativi digitali”?

Che fare se nostro figlio studia mentre manda sms, scarica post e controlla facebook? Possiamo essere orgogliosi se il nostro bimbo di 1 anno sa già utilizzare il tablet (eh sì! accade frequentemente che bimbi ancora in età prescolare, di 1 o 2 anni, utilizzino tablet e tecnologia touch con incredibile capacità) oppure dobbiamo dare retta a quel vago senso di inquietudine che ci pervade mentre ingrandisce con le dita le foto del tablet? Come parlare al figlio adolescente che sta immerso in chat e social fino alle due di notte? E che dire di fenomeni agghiaccianti come il sexting che sembra tanto piacere ai nostri figli? Insomma educare ai tempi di internet e indagare il nuovo gap generazionale che si staglia all’alba del terzo millennio, quello fra immigrati digitali (noi genitori) e nativi digitali (i nostri figli) non è facile. Diciamoci la verità: la rivoluzione digitale sembra essere alla base di una sorta di mutazione antropologica e noi genitori non ce ne siamo accorti: per questo ho definito gli adulti di oggi “generazione-di-mezzo” (affascinati dalla tecnologia ed alti utilizzatori della stessa, ma dotati di un sistema mentecervello predigitale e figli di una generazione pre-digitale oggi in estinzione, insomma immigrati digitali che abitano un mondo non loro) e i bambini di oggi “nativi-digitali” (cresciuti cioè in costanti immersioni telematiche attraverso i videogiochi, il cellulare, il computer, l’MP3 e pertanto dotati di nuove organizzazioni cognitive-emotive e forse di un cervello diverso). Chi sono dunque i “nativi digitali”?

Intanto potremmo definire “nativi digitali” quanti sono nati nel III° millennio e sono sottoposti a profonde, pervasive e precoci immersioni nella tecnologia digitale. Ebbene, è possibile affermare che le osservazioni attuali già ci consentono di notare vere e proprie mutazioni del sistema cervello-mente. I nativi digitali imparano subito a manipolare parti di sé nel virtuale attraverso gli avatar e i personaggi dei videogiochi, sviluppano ampie abilità visuospaziali grazie ad un apprendimento prevalentemente percettivo, viceversa non sviluppano adeguate capacità simboliche (insomma, sono molto abili e forse piuttosto superficiali), utilizzano il cervello in modalità multitasking (cioè sanno utilizzare più canali sensoriali e più modalità motorie contemporaneamente), sono abilissimi nel rappresentare le emozioni (attraverso la tecnomediazione della relazione), un po’ meno nel viverle (anzi apprendono a scomporre l’esperienza emotiva e a viverla su due binari spesso non paralleli, quello dell’esperienza propria e quello della sua rappresentazione), sono meno abili nella relazione face-to-face, ma molto capaci nella relazione tecnomediata, e, infine, sono in grado di vivere su due registri cognitivi e socioemotivi, quello reale e quello virtuale. Inoltre non hanno come riferimento la comunità degli adulti, poiché, grazie alla tecnologia, vivono in comunità tecnoreferenziate e prevalentemente virtuali, nelle quali costruiscono autonomamente i percorsi del sapere e della conoscenza. Ecco dunque i nativi digitali! E noi adulti? Noi adulti siamo in clamorosa ritirata. Per questo se siete genitori tecnoconfusi confessate pure i vostri dubbi, ovviamente via mail, facebook o twitter, parliamone.

> Tonino Cantelmi – http://www.puntofamiglia.net/

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Pubblicato da su 12 gennaio 2016 in Famiglia

 

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