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Ictus, 200mila casi all’anno in Italia: le donne più esposte

29 Ott

ictusdonnaL’ICTUS cerebrale è un po’ più femmina. Parlano i numeri: in Italia, questa patologia, un danno del cervello dovuto a un’improvvisa rottura o chiusura di un vaso cerebrale, colpisce circa 200 mila persone all’anno e nel 61 per cento dei decessi si tratta di donne. Le stesse stime statistiche dicono che se avrà un ictus un uomo su 6 nell’arco della sua vita, per le donne si parla di una su cinque. Non è un caso quindi se la Giornata Mondiale contro l’Ictus Cerebrale del 29 ottobre, promossa dalla World Stroke Organization e in Italia dall’associazione Alice Italia onlus, sarà anche quest’anno, come nel 2014, dedicata alle donne, e avrà per slogan “I am woman: stroke affects me”: “Sono una donna, l’ictus mi riguarda (mi colpisce)”.

LE RAGIONI DELLA DIFFERENZA DI GENERE = L’ictus cerebrale è la prima causa di invalidità in Occidente e una patologia età-correlata: fino a 45 anni ha un’incidenza bassa, poi aumenta impennandosi dopo i 70. Ipertensione, obesità, fumo, vita sedentaria, ipercolesterolemia sono tra i fattori di rischio di un evento che rappresenta la terza causa di morte dopo patologie cardiovascolari e tumori. In particolare, le donne vivono più a lungo degli uomini quindi la probabilità che un ictus le colpisca è più elevata, ma ci sono fattori di rischio specifici, legati all’essere donna. “Possiano dividerli in pre e post-menopausali – spiega Valeria Caso, dirigente medico di I° livello alla Stroke Unit di Santa Maria della Misericordia e presidente eletto della Eso, European Stroke Organization – . Nel primo caso, la gravidanza, le settimane che seguono il parto, i contraccettivi orali se associati a fumo, obesità, ipertensione ed emicrania con aura. In post-menopausa, invece, l’ipertensione, perché essendo terminata l’azione protettiva degli estrogeni le donne sono più ipertese degli uomini; inoltre sono più spesso in sovrappeso, più suscettibili a ipercolesterolemia e diabete, più sedentarie. Infine, è stato visto che a parità di presenza di fibrillazione atriale, un’anomalia del ritmo cardiaco che riguarda uomini e donne, essere donna mette più a rischio di ictus”.

MENO ATTENTE ALLA PREVENZIONE = Ma mentre le donne sono efficienti e generose caregiver dei familiari a rischio o già colpiti da ictus (a questo riguardo: le recidive sono 30 mila l’anno in Italia), non sono altrettanto attente a se stesse. “Osserviamo – aggiunge Caso – che sono meno attente alla prevenzione, controllano pressione e peso meno dei loro coetanei, sono più sedentarie e, per ragioni sociali e culturali, nei colloqui medici hanno più difficoltà degli uomini a focalizzare i sintomi più indicativi fornendo quindi a chi le ha in cura meno strumenti efficaci di intervento”.

DOPO L’OSPEDALE = Alla dimissione dall’ospedale (sul sito dell’associazione Alice c’è la Lista di ospedali con Stroke unit) inizia il cammino della riabilitazione. “Abbiamo centri di riabilitazione pubblici e di qualità eccellente, ma ce ne vorrebbero di più e distribuiti sul territorio in maniera più omogenea”, dice l’esperta: “Dai dati nostri, in linea con quelli nazionali, risulta che il 55 per cento dei pazienti dopo un ictus viene dimesso dall’ospedale in condizioni di autonomia, il 35-40 per cento con disabilità: il 20 per cento di loro, che più spesso è donna, non recupera mai e se non hanno congiunti in grado di assisterli vengono indirizzati in una residenza sanitaria assistenziale, o Rsa: strutture pubbliche che si fanno carico del paziente ma che, viste le tendenze demografiche, presto saranno insufficienti. “Nelle Rsa – aggiunge Caso – ci sono più donne colpite da ictus, perché vedove o sole, che uomini e anche quando il recupero avviene in contesto familiare, spesso sono ancora le donne a farsi carico del peso maggiore, in termini di giornate di lavoro perse, di stress, e di sacrifici anche economici”.

NUOVE TECNICHE ENDOVASCOLARI = Speranze arrivano anche dal campo della ricerca e delle tecniche di intervento: “Quest’anno sarà ricordato, nel campo della lotta all’ictus, per l’affermazione delle tecniche endovascolari interventistiche per trattare l’ictus in fase acuta – spiega Vincenzo Di Lazzaro, responsabile dell’Area di Neurologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico – . Abbiamo compreso, infatti, che con quest’approccio è possibile disostruire, più efficacemente, le arterie cerebrali, estendendo il limite di tempo entro cui è ancora possibile evitare al paziente danni cerebrali permanenti”.

“Per quanti sono stati colpiti – aggiunge Di Lazzaro – la ricerca scientifica sta facendo grandi passi in avanti anche per le fasi croniche, sviluppando tecniche innovative in grado di promuovere il recupero funzionale, come la stimolazione cerebrale non-invasiva e la neuroriabilitazione con metodiche robotiche e connesse alla realtà virtuale. Questi approcci promuovono sempre più e sempre meglio il recupero dei pazienti, rimettendo in moto la naturale plasticità del nostro cervello, ovvero la sua capacità di adattarsi alla perdita di tessuto cerebrale, attraverso fenomeni di compenso che coinvolgono le aree cerebrali risparmiate dall’ictus, in modo da ottenere un buon recupero funzionale”.

Tina Simoniello – www.repubblica.it

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Pubblicato da su 29 ottobre 2015 in Salute e Benessere

 

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