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La casa brucia e gli esperti commentano

29 Ott

“Vecchi con gli occhiali che parlano”: Così un mio alunno liquida quei programmi televisivi che moltiplicano chiacchiere, commenti, polemiche, in un nebbione di parole oltre le quali non si arriva più a percepire la realtà. E’ vero che noi italiani siamo un popolo da bar, ci piace quel teatrino che si crea attorno a un bancone e a un caffè macchiato: ognuno ha da dire la sua e quasi nessuno ascolta veramente l’opinione degli altri; si dice, si ridice, si ribadisce, mille martellate sullo stesso chiodo, mille giorni di parole al vento, in una spigliata rappresentazione dell’assurdità della vita. Però ora stiamo davvero esagerando: i talk-show proliferano, le voci aumentano a dismisura, ogni commentatore è convinto delle proprie ragioni, ognuno vuole essere er mejo fico der bigoncio, lì, in quel bar televisivo, e non importa se tutto quello che afferma non ha il minimo senso nella vita di tutti i giorni, nella nostra vita.

Stiamo affogando nello sproloquio narcisistico, nell’assoluta vanità verbale: la barbarie, la fame, la peste sono alle porte e il Senato televisivo si sbrodola nelle chiacchiere. “Vecchi con gli occhiali che parlano”, uomini saccenti, superbi, intolleranti, mille miglia lontani da quanto accade nelle strade, nelle scuole, nelle fabbriche. Più la crisi morde, più cresce il volume delle chiacchiere. La gente tace sgomenta mentre  i politologi, i soloni, i tuttologi, sparano mitragliate di parole, felici di avere sempre le cartuccere piene. Ricordo il finale dell’ultimo film di Federico Fellini, “La voce della luna”: “Se facessimo tutti un po’ di silenzio…” diceva Benigni, augurandosi che dentro a quel silenzio si potesse cogliere la verità delle cose, il senso del finito e dell’infinito, forse una luce. Quanto aveva ragione!

Spesso, ma senza accorgermene, mi trovo a guardare la televisione muta: le immagini scorrono, ma le parole non ci sono più. Le ho cancellate con un rapido gesto della mano. Non voglio più sentire, mi basta guardare per dieci minuti quell’acquario colorato. Poi spengo anche quello ed esco. Sento il bisogno di guardare le case, il movimento delle persone, le facce, le madri che tengono per mano i bambini, i mendicanti, l’inquietudine del giorno, le ombre della sera, la molteplicità dell’esistenza. Non mi va che qualcuno ci spalmi sopra le sue appiccicose parole, che allontani il mondo con la pertica dei commenti. Stiamo mezz’ora in silenzio, per favore, solo mezz’ora.

>  Marco Lodoli – http://www.tiscali.it

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2014 in Società

 

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