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Archivio mensile:agosto 2013

Nuovi incarichi pastorali nell’arcidiocesi di Agrigento

Vi presento l’elenco dei nuovi servizi pastorali dei presbiteri. I trasferimenti dei presbiteri sono una opportunità di crescita spirituale ed ecclesiale e un modo per esprimere la maturità del cammino sia da parte dei Sacerdoti che da parte delle Comunità.

Ai Presbiteri ricordano quel momento solenne dell’ordinazione quando, donando se stessi per il servizio al Regno, hanno espresso fedeltà ed obbedienza alla Chiesa e quel radicamento spirituale che deve avvenire solo in Cristo. Per le Comunità parrocchiali possono essere momenti di crescita, di rinnovamento, anche se sofferti, per fissare lo sguardo, non sulla persona del Sacerdote, ma su Cristo che, nelle alterne vicende e nel passaggio degli uomini, rimane il solo Pastore vero e bello.

Per tutti può essere un tempo di  maturazione per guardare e prepararci al futuro, per esprimere quella libertà interiore, che  ci lega alla Verità che è Cristo e ci rende liberi per il Regno, capaci di rinnovamento missionario, atti a predicare agli altri ciò che facciamo prima noi. Ho fiducia che i Presbiteri e le Comunità vivranno questi momenti con spirito di fede e nella pace che rivela il sentire profondo del mistero della Chiesa.

Invito tutti i presbiteri interessati ai trasferimenti ad un momento di spiritualità e di fraternità lunedi 9 settembre p.v. alle ore 10,30, presso la struttura alberghiera “Sole Mediterraneo” ex Padri Vocazionisti di Siculiana marina.

A tutti – al Seminario, alle Comunità, ai Presbiteri – auguro un fecondo lavoro apostolico in piena comunione e fraternità e invio cordiali saluti.

Agrigento, 31/08/2013                                                     + Don Franco Montenegro, arcivescovo

>  www.diocesiag.it

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Pubblicato da su 31 agosto 2013 in Ecclesia

 

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I have a Dream…

…di Martin Luther King   —   

m_l_k     Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.
     Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra.
     Per questo siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della repubblica scrissero le sublimi parole della Costituzione e la Dichiarazione d’Indipendenza, firmarono un “pagherò” del quale ogni americano sarebbe diventato erede. Questo “pagherò” permetteva che tutti gli uomini, si, i negri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.
     È ovvio, oggi, che l’America è venuta meno a questo “pagherò” per ciò che riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo suo sacro obbligo, l’America ha consegnato ai negri un assegno fasullo; un assegno che si trova compilato con la frase: “fondi insufficienti”. Noi ci rifiutiamo di credere che i fondi siano insufficienti nei grandi caveau delle opportunità offerte da questo paese. E quindi siamo venuti per incassare questo assegno, un assegno che ci darà, a presentazione, le ricchezze della libertà e della garanzia di giustizia.
     Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia.; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. Sarebbe la fine per questa nazione se non valutasse appieno l’urgenza del momento. Questa estate soffocante della legittima impazienza dei negri non finirà fino a quando non sarà stato raggiunto un tonificante autunno di libertà ed uguaglianza.

     Il 1963 non è una fine, ma un inizio. E coloro che sperano che i negri abbiano bisogno di sfogare un poco le loro tensioni e poi se ne staranno appagati, avranno un rude risveglio, se il paese riprenderà a funzionare come se niente fosse successo.
     Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia.
     Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste.
     Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.
     Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca, perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli.
     E mentre avanziamo, dovremo impegnarci a marciare per sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro. Ci sono quelli che chiedono a coloro che chiedono i diritti civili: “Quando vi riterrete soddisfatti?” Non saremo mai soddisfatti finché il negro sarà vittima degli indicibili orrori a cui viene sottoposto dalla polizia.
     Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, stanchi per la fatica del viaggio, non potranno trovare alloggio nei motel sulle strade e negli alberghi delle città. Non potremo essere soddisfatti finché gli spostamenti sociali davvero permessi ai negri saranno da un ghetto piccolo a un ghetto più grande.
     Non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della loro dignità da cartelli che dicono:”Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti finché i negri del Mississippi non potranno votare e i negri di New York crederanno di non avere nulla per cui votare. No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente.
     Non ha dimenticato che alcuni di voi sono giunti qui dopo enormi prove e tribolazioni. Alcuni di voi sono venuti appena usciti dalle anguste celle di un carcere. Alcuni di voi sono venuti da zone in cui la domanda di libertà ci ha lasciato percossi dalle tempeste della persecuzione e intontiti dalle raffiche della brutalità della polizia. Siete voi i veterani della sofferenza creativa. Continuate ad operare con la certezza che la sofferenza immeritata è redentrice.
     Ritornate nel Mississippi; ritornate in Alabama; ritornate nel South Carolina; ritornate in Georgia; ritornate in Louisiana; ritornate ai vostri quartieri e ai ghetti delle città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare, e cambierà. Non lasciamoci sprofondare nella valle della disperazione.

     E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.
     Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.
     Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.
     Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!
     Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud.
     Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.
     Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

     Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York.
     Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania.
     Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve.
     Risuoni la libertà dai dolci pendii della California.
     Ma non soltanto.
     Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia.
     Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee.
     Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

     E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: “Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente, grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

>  tratto da http://www.focus.it

 
 

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Caro fratello, non toglierci la tua vita

//   LETTERA A UN ASPIRANTE SUICIDA   //

lettera suicidaCaro fratello che non vuoi più vivere, ti scrivo perché tu non ti tolga la vita. In questi giorni stiamo tutti sentendo brutte notizie su chi come te, per ragioni cosiddette economiche – ma non sono solo tali, tu lo sai – hanno compiuto il gesto volontario di transitare oltre il confine estremo.

E ho paura di non scrivere bene perché vorrei usare parole dirette, sincere, efficaci e trovarle è difficile. La cosa che non ti dirò è che ti sono vicino, perché io e anzi tutti noi ti siamo stati lontanissimi. Abbiamo sfiorato la tua angoscia camminando per strada come se fossimo disinteressati a vederla; sicché tu, fratello, in questa vicenda di nascita e fine, di carne e sangue, di respiro e pensiero che ci accomuna tutti e ha nome vita, ti sei sentito così solo, da pensare che se ti fossi tolto di mezzo qualcuno si sarebbe accorto di te e tu avresti finalmente pacificato la mente e il cuore.

Facciamo un patto, allora: che griderai, prima. Che lo farai magari nelle forme della società mediatica, del villaggio di solitudine globale in cui viviamo, scrivendo due righe, con parole tue, a questo giornale, in una lettera intitolata: ‘Vorrei morire perché…’. E ci dirai perché. Non decidere nulla da solo, chi si sente solo sta già morendo, l’ha detto uno scrittore che si chiamava Conrad e che indagava la tenebra nel cuore dell’uomo: «Si muore come si sogna, soli». Ma tu non stai sognando, hai gli occhi ben aperti sulla vita e quindi non sei solo: lascia che ti accompagniamo. Per un po’ almeno, fino a rifare i primi passi. Come quelli che ti ha insegnato tua madre tanti anni fa tenendoti per le braccine, e non vorrebbe, adesso, che tu non camminassi più.

Hanno scritto che per debiti ti avrebbero tolto la casa. Sai, abbiamo costruito un mondo spietato, sotto cui scorre un fiume di violenza e veleno, in cui il debito si sconta togliendo al debitore il suo rifugio, forse più per punirlo che per ripianare in parte il debito. Duemila anni fa Qualcuno disse: «Le volpi hanno le tane e gli uccelli i nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove poggiare il capo». Forse pensava anche a te.

Ma di sicuro pensava a noi quando diceva: «amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi». Non ci siamo riusciti con te, vuoi proprio dimostrarGlielo? Dacci la possibilità di farGli vedere che per una volta l’abbiamo ascoltato. Dacci una mano. Tu aiuta noi.

Mettici in condizione di condividere: parla, chiama, scrivi, fatti sentire, raccontaci, piangi, se vuoi, e noi diremo le parole che il tuo cuore vuole ascoltare. Mettici al tuo fianco: lasciaci gridare insieme a te che questa società è disumana, e che c’è un’altra società, che quel Qualcuno ha indicato, già nata tra te e noi e in cui l’uomo è di aiuto all’altro uomo. Pensa a noi con tenerezza.

Noi sappiamo meno cose di te, non siamo mai arrivati al tuo baratro, tu solo hai raggiunto la tua – personale, universale – cognizione del dolore. Insegnacela. Facci guardare dentro il tuo cuore. Non precipiterai nell’abisso, ti tratterremo noi, ma tu, prima, ci avrai arricchiti di te, sicché sarà un ben piccolo prezzo continuare a darti la vita. Ecco, forse solo adesso sono riuscito a dire la frase che volevo scrivere e che non è «non toglierti la vita», ma «non toglierci la tua vita». Perché non lo sappiamo dire, ma è preziosa per noi.

>  Giovanni D’Alessandrohttp://www.avvenire.it

 
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Pubblicato da su 25 agosto 2013 in La grande Crisi

 

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Festa dei 100 passeggini

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100 pass

 
 

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UNICEF-UNHCR: nella crisi in Siria raggiunto il vergognoso traguardo di un milione di bambini rifugiati.

Cover_Siria_agosto_2013Nel terzo anno di guerra in Siria, il numero di bambini siriani costretti ad abbandonare la propria terra come rifugiati è ora salito ad un milione. “Il milionesimo bambino rifugiato non è solo un numero” ha dichiarato Anthony Lake, Direttore generale del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF). “È un bambino reale, strappato alla propria casa, forse anche alla propria famiglia, e costretto ad affrontare orrori che noi possiamo comprendere solo in parte”. “Tutti noi dobbiamo condividere questa vergogna”, ha aggiunto Lake, “perché mentre noi lavoriamo per alleviare le sofferenze di coloro che sono colpiti dalla crisi, la comunità globale ha mancato alla propria responsabilità nei confronti di questo bambino. Dovremmo fermarci e chiederci come possiamo, in tutta coscienza, continuare a deludere i bambini della Siria”.

“Ciò che è in gioco adesso non è altro che la sopravvivenza e il benessere di una generazione di innocenti” ha proseguito l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati António Guterres, a capo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). “I giovani della Siria stanno perdendo le proprie case, i propri famigliari e il proprio futuro. Anche dopo che hanno attraversato un confine internazionale e raggiunto la sicurezza, sono traumatizzati, depressi e bisognosi di trovare una ragione di speranza”.

In base ai dati forniti dalle due agenzie i bambini costituiscono la metà di tutti i rifugiati provocati dal conflitto in Siria. Molti di loro sono riusciti a raggiungere Libano, Giordania, Turchia, Iraq ed Egitto. Sempre più numerosi anche i siriani che fuggono verso i paesi del Nord Africa e dell’Europa. Gli ultimi dati inoltre mostrano che 740mila bambini rifugiati siriani hanno meno di 11 anni. All’interno della Siria – sostiene poi l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani – circa 7mila bambini sono stati uccisi durante il conflitto, mentre le stime di UNHCR e UNICEF dicono che oltre 2 milioni di bambini sono sfollati all’interno del paese.

Lo sconvolgimento fisico, la paura, lo stress e i traumi subiti da così tanti bambini rappresentano tuttavia solo una parte della crisi che colpisce questa parte di umanità. Entrambe le agenzie evidenziano infatti le minacce che il lavoro minorile, i matrimoni precoci, il potenziale sfruttamento sessuale, il traffico di esseri umani, pongono sui bambini rifugiati. Oltre 3.500 bambini hanno attraversato la frontiera siriana per cercare rifugio in Giordania, Libano e Iraq, non accompagnati o separati dalle proprie famiglie.

La più imponente operazione umanitaria nella storia ha visto UNHCR e UNICEF mobilitare il loro sostegno in favore di milioni di famiglie e bambini colpiti dalla crisi. Ad esempio oltre 1,3 milioni di bambini nelle comunità di rifugiati e nelle comunità d’accoglienza nei paesi limitrofi quest’anno ha potuto essere sottoposto alla vaccinazione contro il morbillo grazie al sostegno garantito dall’UNICEF e dai suoi partner. Quasi 167mila bambini rifugiati hanno ricevuto assistenza psico-sociale; oltre 118mila bambini e adolescenti hanno potuto proseguire il loro percorso d’istruzione all’interno o all’esterno di strutture scolastiche ufficiali; oltre 222mila persone hanno ricevuto una fornitura d’acqua.

logo_unicefL’UNHCR ha registrato tutti i bambini rifugiati – 1 milione – restituendo loro un’identità. L’Agenzia inoltre aiuta i bambini nati in esilio a ottenere certificati di nascita, preservando loro da un difficile futuro da apolidi, e fa in modo che tutte le famiglie e i bambini rifugiati vivano in qualche tipo di alloggio sicuro. Ma molto resta ancora da fare, fanno sapere UNHCR e UNICEF. Il Piano di risposta regionale per i rifugiati della Siria, attraverso il quale sono stati richiesti 3 miliardi di dollari USA per rispondere alle gravi necessità dei rifugiati fino al prossimo dicembre, è attualmente finanziato solo per il 38%.

Oltre 5 miliardi di dollari sono stati richiesti per affrontare la crisi in Siria, con necessità critiche nei settori dell’istruzione, della salute e di altri servizi fondamentali per i bambini rifugiati e per quelli appartenenti alle comunità d’accoglienza. Ulteriori risorse poi devono essere destinate allo sviluppo di solide reti attraverso le quali identificare i bambini rifugiati a rischio e garantire assistenza a loro e alle comunità che li accolgono. Un maggior flusso di finanziamenti rappresenta comunque solo una parte della risposta che serve a soddisfare le necessità dei bambini. È infatti necessario un impegno più intenso per trovare una soluzione politica alla crisi in Siria, le parti in conflitto devono cessare di prendere di mira la popolazione civile e devono porre fine al reclutamento dei bambini.

I bambini, gli adolescenti e le loro famiglie devono poter lasciare la Siria in sicurezza e le frontiere devono rimanere aperte in modo che essi possano attraversarle e raggiungere un rifugio sicuro. Coloro che mancano di adempiere a tali obblighi contemplati nel diritto umanitario internazionale dovrebbero rispondere appieno delle loro azioni, concludono UNHCR e UNICEF.

>  http://www.unicef.it

 
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Pubblicato da su 23 agosto 2013 in Unicef

 

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Pollina. “La valorizzazione del territorio attraverso le De.Co”. Tavola rotonda il 23 agosto

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Diapositiva1Nell’ambito delle manifestazioni legate alla Sagra della Manna, si terrà a Pollina, il 23 agosto, alle ore 10, presso l’Aula consiliare, la tavola rotonda sul tema: “La valorizzazione dell’identità del territorio attraverso le Denominazioni Comunali”. Per l’On. Magda Culotta, Sindaco di Pollina, in tutta Italia e soprattutto al Sud ci troviamo di fronte alla possibilità di individuare prodotti locali privilegiati che, una volta conosciuti, porteranno alla creazione e alla conferma di medie e piccole imprese locali e alla valorizzazione dei territori che li custodiscono. Partiamo da Pollina, dalle Madonie, partiamo dalla Manna   La Denominazione Comunale non è un marchio di qualità, ma la carta d’identità di un prodotto, un’attestazione che lega in maniera anagrafica un prodotto o una produzione al luogo storico di origine.In altri termini, è  una attestazione che il Sindaco, a seguito di una delibera comunale, certifica, con pochi e semplici parametri, il luogo di “nascita” e di “crescita” di un prodotto e che ha un forte e significativo valore identitario per una Comunità.

Il percorso di programmazione partecipata GeniusLoci De.Co per la Sicilia,  elaborato dalla Libera Università Rurale Saper&Sapor, inserito tra gli esempi virtuosi del  Forum Italiano dei Movimenti per la terra e il paesaggio e presentato  al Poster Session del Forum Pa 2013 di Roma,  prevede un modello di De.Co per la Sicilia, a burocrazia zero e chiaramente a costo zero, per le aziende, per le istituzioni e per i cittadini, dove gli elementi essenziali di relazionalità sono: territorio, tradizioni, tipicità, tracciabilità, trasparenza, che rappresentano la vera componente innovativa. La De.Co. non è un marchio, non è un “prodotto tipico”;   per legge i prodotti tipici e di qualità sono solo quelli a marchio Dop ed Igp, Doc, ect., regolamentati dal Regolamento della Comunità Europea 510/06 e a marchio Stg disciplinato dal Regolamento 509/06.

La De.Co. è, invece, un prodotto del territorio (un piatto, un dolce, un sapere, un evento, ecc) con i quali una comunità si identifica. L’identità è valore incommensurabile: il prodotto può essere copiato, l’identità di un territorio no. Con la De.Co. infatti, ogni comune identifica le proprie storia, che la tradizione tramanda e come tale cerca di valorizzare un prodotto De.Co.; costituisce pertanto un consolidamento dell’identità di un determinato territorio, favorendo il suo indotto turistico ed economico nel suo insieme. «Amo ripetere nei convegni, afferma Nino Sutera, che i prodotti identitari sono stati capaci di resistere a tutti i tipi di intemperie, ma c’è il rischio che una De.Co. super burocratizzata ne decreti la fine».

Dopo i saluti del Sindaco Magda Culotta, interverranno, tra gli altri: Bartolo Vienna (Presidente Gal Isc Madonie), Francesca Cerami e Giuseppe Carruba (I.Di.Med.), Giuseppe Bivona (Lurss), Rosario Schicchi (Università di Palermo), Maria Luisa Virga (Soat) ed Alessandro Ficile (So.svi.ma) e Nino Sutera. “Sarà un momento importante per delineare le procedure di attivazione del percorso per il riconoscimento delle de.co., a promozione del prodotto territorio”, conclude Dario Costanzo, responsabile di piano del Gal Madonie, promotore dell’iniziativa.

 
 

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Cantieri di lavoro, le regole della Regione

d87ebb3c03Scatterà venerdì la corsa ai cantieri di lavoro finanziati dalla Regione siciliana. L’assessore Ester Bonafede ha spiegato che sarà pubblicata sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana la direttiva che contiene le regole per l’adesione dei Comuni e la partecipazione di circa 20 mila persone in condizioni di forte disagio economico. A partire da venerdì, nell’arco di un mese potranno essere ricevute le istanze da parte dei cittadini per assicurarsi un posto. A disposizione ci sono 50 milioni di euro per contratti che dureranno al massimo tre mesi con un’indennità di almeno 600 euro al mese ciascuno.  Si tratta di una forma di sostegno al reddito ideata dal governo Crocetta per aiutare le famiglie povere e allo stesso tempo ricavarne un beneficio in termini di produttività. In sostanza sarà erogato un sussidio a componenti di famiglie povere che in cambio effettueranno interventi in alcuni siti individuati dai sindaci. L’assessore Bonafede ha spiegato che «potranno essere realizzate diverse attività, dal supporto della pulizia di strade, spiagge e giardini alla realizzazione di piccole opere come il rifacimento dei marciapiedi».
Con la pubblicazione della direttiva in Gurs, i Comuni avranno 30 giorni di tempo per presentare un’apposita istanza dove dovranno descrivere l’intervento che intendono attuare, le modalità di svolgimento e il numero dei soggetti che intendono impegnare. La documentazione andrà spedita al dipartimento regionale del Lavoro.
L’assessorato a quel punto esaminerà le richieste e finanzierà gli interventi mediante trasferimento diretto delle risorse. Per la spartizione delle somme, gli uffici terranno conto del tasso di disoccupazione e di povertà rilevato dai Centri per l’impiego competenti per territorio, rapportato al numero degli abitanti di ciascun Comune.
L’approvazione dei progetti dovrebbe essere molto celere. Tanto che a fine luglio l’assessore Bonafede aveva preferito rinviare la pubblicazione della direttiva per evitare che le ferie e gli uffici semideserti potessero rallentare l’iter. Per cui entro settembre dovrebbe scattare il via libera alle istanze.
Ad essere impegnati nei cantieri saranno soggetti di età compresa tra i 18 anni compiuti e 65 anni non compiuti, residenti nel Comune da almeno sei mesi. Destinatario del contributo è il nucleo familiare, per cui i componenti potranno beneficiare di un solo contributo. La selezione dovrà tenere conto di precisi vincoli: la metà dei soggetti dovrà avere tra i 18 e i 36 anni, il 20 per cento tra i 37 e i 50 anni, un altro 20 per cento dovrà essere ultracinquantenne, il 5 per cento dei posti sarà riservato a portatori di handicap e infine una quota del 5 per cento sarà destinata a immigrati residenti da almeno sei mesi nel territorio del Comune e in possesso della carta di soggiorno.
Chi vorrà partecipare, dovrà comunicare al centro per l’impiego competente per territorio «l’immediata disponibilità alla ricerca attiva di una occupazione», quindi dovrà presentare al Comune di residenza apposita istanza di partecipazione. Il principale criterio di selezione è quello economico: trattandosi di sussidi per indigenti, la graduatoria terrà conto del reddito non superiore alla soglia di povertà pari a 278,89 euro se si tratta di un solo soggetto, mentre in presenza di un nucleo familiare composto da due o più persone la soglia di reddito sarà determinata in base ad alcuni parametri. A parità di reddito si terrà conto del carico familiare e di eventuali figli minori o con handicap. I destinatari del beneficio dovranno inoltre essere privi di patrimonio mobiliare e immobiliare.

Riccardo Vescovo – 19/08/2013 – http://www.gds.it

 
 

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