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La festa è finita, ma i nostri ragazzi non lo sanno…

08 Apr

pinocchio_nel_paese_dei_balocchi_1“Divertirsi, sempre divertirsi, fino alla fine, a ogni costo, divertirsi divertirsi divertirsi, e basta!” Così mi hanno risposto alcuni ragazzini sui tredici anni quando ho domandato quale fosse per loro il senso della vita. Sono ancora piccoli, è giusto che pensino a spassarsela e che lascino tutti i grattacapi a noi adulti – così mi dicevo. In fondo anche il nostro amatissimo Pinocchio è un edonista scatenato, uno che pensa solo a godersi la vita e spiaccica sul muro il Grillo Parlante, vero rompiscatole moralista. Eppure in questa frenesia da parco giochi, in questa spasmodica tensione verso il divertimento a tempo pieno, ho avvertito l’esatto contrario della felicità e della spensieratezza lieve di ogni bella infanzia. Non so spiegarmi bene il perché, ma in quelle vocette stridule che ripetevano ossessivamente il mantra del “divertirsi e divertirsi”, ho percepito un suono scuro, come grida lanciate da un palazzo in fiamme, come parole sudate pronunciate durante un incubo notturno.

Il divertimento non è più l’altra faccia di una moneta preziosa, di qua l’impegno, di là il riposo e il gioco. Questi ragazzini non pensavano minimamente che la vita potesse essere anche una strada da disegnare tra tante difficoltà, un percorso coerente, persino eroico, come quello dei supereroi di ieri e di oggi, Achille e Batman, Ulisse e Spiderman. Non sentivano per nulla l’eterna lotta tra il bene e il male, quella lotta che poi forse con il passare degli anni sfuma, diventa più incerta e contraddittoria, ma che da ragazzini sembra, o sembrava, la ragione stessa della vita. Volevano solo una distrazione perenne, così come ha insegnato loro la pedagogia consumista di questi ultimi venti anni, non avevano pensieri e sguardi per i compagni più deboli, per i morti di fame che chiedono la carità fuori dalla chiesa, per chi rovista nella spazzatura, per la nonna malata, per il vecchio cane che zoppica lungo il muro di casa. Quella ipersensibilità tipica della prima adolescenza che costringe a entrare in sintonia con l’imperfezione del mondo, con la pena del mondo, è rapidamente cancellata, espulsa dalla Gardaland immaginaria che hanno nel cuore.

La vita deve somigliare a un videogioco pieno di luci, deve produrre risate e risate: non c’è spazio neppure per una lacrima compassionevole. Naturalmente non tutti i ragazzini sono uguali a quelli con cui parlavo ieri, ce ne sono tanti che sentono la vita con maggiore ampiezza, che sentono il profumo delle rose e i graffi delle spine, però è vero che troppi sono sottomessi alla potenza terrificante del divertimento a ogni costo. Ogni impedimento viene considerato un ostacolo da annientare, ogni dubbio una seccatura da scansare. Certo, oggi siamo entrati in un’epoca diversa, chiudono le fabbriche e chiudono anche i luna park, una nuova consapevolezza ci tiene svegli e preoccupati. Però i nostri bambini forse non sono stati ancora informati che la festa è finita, o per lo meno che ogni festa arriva alla fine di una settimana di lavoro.

>  Marco Lodoli, insegnante e scrittore – http://www.tiscali.it

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2013 in Mondo giovanile

 

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