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Archivio mensile:novembre 2012

Un prete vero…

Ciao ragazzi,… voglio portare alla vostra attenzione una persona, un uomo di fede, un grande: Don Emanuele Casola, il nuovo Arciprete della Chiesa Madre di Montevago. Siete molto fortunati. Quando conoscerete da vicino Emanuele, vi renderete conto del bene prezioso che avete nella vostra comunità: un uomo umile, vero,… un Prete “vero”. Stategli vicino, non lasciatelo solo; vedrete, un giorno, quando lui andrà via, farete di tutto affinché resti con voi! Quando è arrivato a Ravanusa, un fedele di Ribera mi disse: “Noi sappiamo quello che abbiamo perso, voi non sapete quello che avete trovato!”. Dopo 11 anni, quella frase ancora mi rimbomba nelle orecchie. Cordialità a tutti voi…

Enzo Ferreri, Ravanusa

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Pubblicato da su 29 novembre 2012 in Ecclesia

 

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Le dipendenze negli adolescenti

Internet, cellulare e videogiochi: queste sembrano essere le dipendenze degli adolescenti di oggi.
Come riconoscere i campanelli di allarme? I consigli degli specialisti.
 

Sanihelp.it – Ore sui social network, cellulare sempre in mano e sfide con gli amici ai videogiochi: questa rappresenta una delle fotografie degli adolescenti di oggi. Abitudini dei nostri ragazzi, spesso vizi. E se fossero dipendenze? La linea che separa la patologia dal semplice svago è molto sottile e viene oltrepassata quando queste attività tolgono la libertà a chi vi si dedica.

I medici di Villa San Benedetto Menni di Albese con Cassano (CO) nel corso di un convegno svoltosi ad Albavilla (CO) si sono occupati delle dipendenze degli adolescenti. L’incontro fa parte del ciclo di convegni organizzati da FORIPSI Onlus attraverso il progetto Fidans. Come spiega il Professor Giampaolo Perna, direttore scientifico e primario del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche di Villa San Benedetto Menni: «Il mestiere del genitore è di per se stesso complesso, ma diventa particolarmente difficile soprattutto durante la fase di crisi rappresentata dall’adolescenza, nella quale i figli propongono una serie di comportamenti impulsivi ed emotivi che i familiari faticano a comprendere. Uno dei problemi maggiori è riconoscere quando tali atteggiamenti siano l’espressione normale dell’instabilità tipica di quell’età oppure il segnale di una psicopatologia nascente».

>  www.msn.com

 
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Pubblicato da su 27 novembre 2012 in Mondo giovanile

 

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Ottimisti, pessimisti o realisti?

E’ proprio vero che la stessa realtà viene vissuta dalle persone in modo diverso. Chi è ottimista cerca sempre di cogliere il lato positivo della situazione, chi è più sul fronte del pessimismo si concentra su quelli negativi.

Per il primo esiste sempre un’alternativa, un modo diverso di vedere le cose e scorge nella quotidianità aspetti positivi e opportunità da prendere al volo. Crede in se stesso, gode di una buona autostima e ha fiducia nel fatto che le cose e le persone possano sempre migliorare. Non nega la gravità delle situazioni, ma la vive appieno, dandosi la possibilità e la volontà di risollevarsi. Agli occhi altrui l’ottimista è gradevole, stimolante, pensa che le sconfitte o le crisi siano temporanee e si prepara ad affrontare sempre nuove sfide. Rende meglio sia nel lavoro che negli studi. Il pessimista invece è deludente, incostante, tendente all’immobilità per non rischiare di trovarsi in situazioni sfavorevoli. Preferisce rinunciare a vivere nuove situazioni perché in cuor suo sa già che finiranno male. Cade più spesso nella depressione o nell’ansia. L’eccessivo ottimismo, come il pessimismo, possono a volte portare ad una visione distorta della realtà. Il primo può causare false illusioni, il secondo estrema staticità.

La via di mezzo potrebbe essere rappresentata dal realista, ovvero dall’individuo che riesce a vivere le situazioni nel modo più oggettivo e concreto possibile che progetta situazioni nuove senza troppe illusioni o rinunce deprimenti. Il perfetto realismo non esiste, è una situazione ideale. Infatti richiede parecchie energie e concentrazione verso ciò che si sta facendo. Delle volte, potrebbe essere rigido, troppo razionale, appunto. Tutto dovrebbe essere ponderato e valutato nei minimi dettagli. Essere pessimisti od ottimisti costituisce una via più comoda, perché permette di sognare, a volte di staccarsi dalla dura realtà ed è la scusante per attribuire responsabilità a situazioni esterne (fortuna, sfortuna, destino, Dio,…). Il realista invece è colui che decide a suo rischio e pericolo, prendendosi le responsabilità dei risultati. Il realista può oscillare di tanto in tanto, tra sane tendenze pessimistiche (che potrebbero risparmiargli situazioni di pericolo) e tendenze ottimistiche che fungono da stimolo per non abbattersi, andare avanti e affrontare nuove situazioni con successo. Una scarsa autostima farà si che i meriti vengano sempre attribuiti agli altri e le colpe a se stessi, convincendosi di non riuscire ad affrontare le avversità, e affrontando la quotidianità con maggiore stress. Il più delle volte il pessimista non riesce a vedere i suoi successi. L’ottimista invece si attiva per raggiungerne sempre di nuovi, stimolato in continuazione da quelli già ottenuti.

Ottimista, pessimista o realista, per ogni cosa abbiamo capito che è necessaria la giusta dose. A proposito di questo, vi lascio con le parole di uno scrittore francese: “il pessimista si lamenta del vento contrario, l’ottimista aspetta che cambi, il realista aggiusta la vela”.

>  Dott.ssa Caterina Steri – Psicologa e Psicoterapeuta. Gocce di psicoterapiawww.tiscali.it

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2012 in Riflessioni

 

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Incontro di Organizzazione

“NATALE in ATLANTIDE” – Sabato 24 novembre alle ore 17: INCONTRO GENERALE DI ORGANIZZAZIONE, aperto anche a quanti, pur non facendo parte dell’Aggregazione, vogliono partecipare.

 
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Pubblicato da su 23 novembre 2012 in Incontri

 

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Da Sciascia a Twitter, genealogia del “cretino moderno”

Non ci sono più i cretini di una volta. Leonardo Sciascia li ricordava quasi con rimpianto: quei bei cretini genuini, integrali, come il pane di casa, come l’olio e il vino dei contadini. La loro scomparsa seguì a breve giro quella delle lucciole, e chissà che tra i due fenomeni non ci sia un nesso misterioso. Poi venne l’epoca della sofisticazione, per gli alimenti come per gli imbecilli: “E’ ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino”, annotava sconsolato in “Nero su nero”. A rendere possibile questa confusione incresciosa, a intorbidare le acque era stata l’improvvisa disponibilità di gerghi intimidatori dietro cui far marciare le banalità più indifese. Sciascia sceglie una data convenzionale, il 1963, anno in cui comincia l’ascesa, a sinistra, di un tipo nuovo di cretino, il cretino “mimetizzato nel discorso intelligente, nel discorso problematico e capillare”. Si annunciava la stagione d’oro del cretino dialettico, operaista, maoista, strutturalista, althusseriano, insomma il cretino a cui Paolo Flores d’Arcais e Giampiero Mughini avrebbero eretto il monumento del “Piccolo sinistrese illustrato”. Sciascia era persuaso che il più insidioso mascheramento della stupidità fosse la complicazione non necessaria, l’arzigogolo, e scelse per metafora il berretto di Charles Bovary: Flaubert impiega mezza pagina a descriverne la fattura assai composita, per concluderne che in fin dei conti somigliava alla faccia di un imbecille.

Altri tempi, altri cretini. Oggi quel tipo lì lo riconosci a vista, i gerghi non gli fanno più da scudo, anzi ne segnalano a colpo d’occhio la cretinaggine, irraggiandola in ogni direzione come l’evangelica lampada sul moggio. Certo, vanta ancora le sue glorie mondane, scrive i suoi trattati, assiepa i suoi vaniloqui, fonda le sue rivistine, raduna attorno a sé i suoi circoletti (pur predicando, magari, di “moltitudini”), ma tutto sommato è facile impedirgli di nuocere. Sono altri, quelli da cui dobbiamo guardarci. Oggi il cretino, a destra come a sinistra, sembra aver ritrovato la sua originaria semplicità e una perversa concisione. Ma attenzione a non confondersi, è una semplicità contraffatta, una sofisticazione di secondo grado: è il segno che la specie si è evoluta per sfuggire agli artigli dei suoi predatori. Il cretino di buon senso è come quelle mele rosse rosse che per evocare un Eden perduto si servono di tutte le diavolerie della chimica. Ti guarda in faccia e ti dice, che so, “la cultura è un bene comune, come l’aria”, e tu temporeggi dietro un mezzo ghigno contratto, e ti sembra così candido che sei quasi sul punto di assentire, di sciogliere la mandibola e ricambiargli il sorriso, e devi aggrapparti con tutte le forze all’albero maestro del tuo intelletto per non soccombere all’incantesimo e capire che sì, probabilmente hai davanti a te un imbecille. E non è il solo da cui stare in guardia, il cretino di buon senso. Se al tempo di Sciascia la strategia per mimetizzarsi era la blaterazione fantascientifica, la proliferazione cancerosa dei gerghi, la zecca sempre aperta delle parole che coniano altre parole, oggi il cretino si rintana nelle forme brevi. Ecco, sarebbe da prendere quel dibattito soporifero tanto caro ai giornali – “Twitter ci rende stupidi?” – e capovolgerne l’assunto: Twitter ci rende intelligenti.

C’è in questo qualcosa di prodigioso, e di terrificante: ci sono cretini certificati, abituali, della cui cretinaggine abbiamo prove da riempirci un dossier, che nel giro breve di quei centoquaranta caratteri riescono non si sa come, per un istante, a ricordarci Karl Kraus, Oscar Wilde, o male che vada Giulio Andreotti. Possibile? L’aforisma, il Witz, che un tempo era un’arma formidabile contro la stupidità di tutte le maniere, è diventata il nuovo rifugio degli imbecilli, la freccia più velenosa nella loro faretra. Eppure non c’è granché da fare. Già che la stupidità ci assalta a tradimento, e senza logica, ne consegue, suggeriva Carlo Cipolla nel suo trattatello sul tema, che “anche quando si acquista consapevolezza dell’attacco, non si riesce a organizzare una difesa razionale, perché l’attacco, in se stesso, è sprovvisto di una qualsiasi struttura razionale”. Il meglio che possiamo fare è metterlo nero su nero.

Guido Vitellowww.ilfoglio.it – 19/11/2012

 
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Pubblicato da su 21 novembre 2012 in Attualità e Cultura

 

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Giornata per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

 
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Pubblicato da su 19 novembre 2012 in Unicef

 

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Abolita la Tesi di Laurea per la triennale

Non più tesi di laurea e discussione pubblica per i corsi triennali all’Università di Palermo. Per diventare “dottore” basterà una prova finale che consisterà, a scelta, o in un test scritto a risposte aperte o in un elaborato lungo al massimo 30 cartelle (o in entrambe le cose, se così deciderà il Consiglio di corso di laurea) che sarà valutato da una commissione.

Lo ha deliberato il Senato accademico dell’ateneo, facendo scattare la riforma dalla sessione estiva del prossimo anno di studi (2013-2014). La prova si svolgerà almeno 30 giorni prima della data d’inizio della sessione di laurea, nell’ambito della quale ci sarà la sola proclamazione dei laureati. Anche gli studenti che hanno già fatto richiesta di assegnazione della tesi potranno, nei limiti imposti dalla delibera del Consiglio di corso di studio, esercitare l’opzione di partecipazione alla prova scritta o di assegnazione dell’elaborato breve. La tesi con esame pubblico finale resta invece obbligatoria al termine delle lauree magistrali e di quelle a ciclo unico.

“Con questa delibera – ha detto il prorettore vicario Vito Ferro – il Senato ha inteso ristabilire la differenza, prevista dalle norme vigenti, esistente tra la prova finale, cui corrisponde un’attribuzione da 3 a 6 crediti formativi, e la tesi di laurea magistrale che deve avere il requisito di originalità e che ha un’attribuzione in crediti che può raggiungere anche i 40 crediti formativi. L’ateneo si doterà anche di un software anti-plaggio per la verifica dell’originalità del testo della laurea magistrale”.

Novità anche per il calcolo del voto finale, sia per le lauree triennali che magistrali. La votazione iniziale derivante dalla carriera dello studente sarà determinata calcolando la media ponderata dei voti conseguiti negli esami, attribuendo un diverso peso agli insegnamenti.

>  www.gds.it – 17/11/2012

 
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Pubblicato da su 17 novembre 2012 in Scuola e Università

 

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